Il Concilio

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Il Concilio

— Lettura agile

Genere: Racconti

L’altra sera mi sono fatto sfuggire qualche parola di troppo. Negli ultimi giorni ho meditato a lungo su quali potessero essere le conseguenze di rivelarti il segreto a cui ho accennato. Avrei potuto lasciar correre (sono sicuro che tu non avresti fatto altrettanto, o non altrettanto facilmente), ma mi ha tormentato un’immagine. Ho pensato di essere te: di essere a un passo dallo scoprire una verità tremenda e sublime, ma non saperlo mai. Nei tuoi panni, ho visto la nostra conversazione sbiadire con gli anni; ho visto quel cenno consumarsi e diventare un’antica pista mai battuta, perdere d’importanza – potrà mai essere importante, qualcosa di menzionato così alla leggera, senza che se ne parlasse più? In dormiveglia ho immaginato un Prometeo che, pur vedendo il fuoco in mano agli dèi, si limitasse a parlare ai cacciatori dell’esistenza di qualcosa di sottratto, di non rivelato, senza mai divulgarne la natura. L’ho immaginato mangiare carne cruda assieme a loro e rispondere a gesti sparsi alle loro inquisizioni; l’ho visto poi parlare della luna e del freddo delle grotte, come non avesse mai fatto cenno di nulla d’importante. Ho visto morire l’umanità perché Prometeo s’era tenuto il fuoco per sé. Per lealtà a chi, poi?
Non si parla di umanità e di morte (condividiamo l’amore per la teatralità, mi pareva giusto esagerare un pochino), ma di te e di una conoscenza che potrebbe cambiare il tuo sguardo sul mondo. Ho deciso di rivelartela, perché mi addolora pensarti ignorante. Per quanto riguarda le conseguenze, mi sono accorto di esserne già a conoscenza: non ce ne sarà alcuna, sia che tu decida di tenere per te questo nostro piccolo “fuoco”, sia che tu vada a gridare il segreto in giro per il mondo. Anche se ogni umano su questo pianeta venisse a conoscenza del Concilio, non cambierebbe nulla: così fu decretato nel Concilio stesso, così io ho letto nel testo che lasciò indietro, così sarà, come sempre in precedenza.
Quella sera ti dicevo che parlare di storia della scienza significa parlare di un resoconto manchevole del poco che nei millenni è venuto alla superficie della Babele di osservazioni, intuizioni, misteri e ingegni degli approssimativamente cento miliardi di individui che hanno calcato questo nostro stesso mondo. Il mio punto era che la scienza e il segreto fossero legati da sempre in matrimonio. Segreto è tanto ciò che viene perduto, quanto ciò che viene intenzionalmente omesso. C’è sempre qualcuno che impara a forgiare il ferro prima degli altri; c’è sempre qualcuno che per primo traccia una mappa delle stelle e si proclama gran sacerdote. Parlavamo delle corporazioni come di tribù in guerra, dei loro centri di ricerca come antiche biblioteche e ziqqurat, dove i funzionari conservano gelosamente i loro frammenti di tecnologia, i loro pezzi di futuro, per avere una qualche leva sul mondo. Mi dicevi che oggigiorno i segreti sembrano appartenere solo all’ingegneria, alla scienza dei materiali, all’astronomia o ai cunicoli d’ombra della politica. Alla storia e all’archeologia, avevi aggiunto, competono solo congetture e ipotesi rivelate. Con questa lettera, come già durante la nostra discussione, ti ripeto che non è così. Alle nostre misere scienze appartiene un segreto raccapricciante; sì, a noi, che non partecipiamo alla corsa globale alle armi (alla tecnologia, al futuro), ma volgiamo lo sguardo indietro, dove si pensa che non ci sia più nulla di utile da rinvenire. Siamo un mormorio di fondo nella storia della scienza e abbiamo appena un briciolo di credibilità. Per questo il Concilio ha deciso che solo noi potessimo sapere. Parlo di quanto segue come se fosse conoscenza comune, perché lo è nella nostra cerchia. Abbiamo studiato e scavato a fondo. I primi dieci o vent’anni di ogni studente che viene introdotto al segreto vengono spesi a teorizzare sulla natura del Concilio, sul suo funzionamento e sul suo impatto. I più brillanti tentano disperatamente di capovolgerne le regole e finiscono bruciati. In molti hanno divulgato il segreto: il mondo li ha ridotti al silenzio, pur lasciandoli blaterare per tutta la vita. Non c’è nessun governo dietro questo processo, nessuna setta, nessuna agenzia o forza dell’ordine. Capirai da te, se deciderai di continuare a indagare.
L’inizio del Concilio è convenzionalmente collocato alla soglia dell’anno Mille. Si tratta ovviamente di una stima approssimativa, con un margine di errore di un centinaio di anni. I preparativi per il Concilio iniziarono almeno due secoli prima. Il nucleo principale – il proto-Concilio – fu probabilmente composto dalle élite intellettuali del califfato islamico, della dinastia cinese Tang e dell’impero bizantino, oltre che da un manipolo di alti funzionari della chiesa di Roma. Delle implicazioni di questi legami parleremo di persona: c’è abbastanza da conversare per una vita intera. Si trattava di una profondissima collaborazione, radicata nelle strutture di potere oltre che nei centri culturali. Alla storia è rimasta una pallida traccia dei reali avvenimenti: si parla di scambi commerciali e di contaminazioni accidentali, quando in realtà ogni salto tecnologico e culturale dell’epoca (persino l’adozione della carta) fu programmato e reso necessario in vista del Concilio. Non sappiamo chi fu ad accendere la scintilla, ma la teoria dominante vede il Concilio concepito in origine nelle biblioteche e negli atri dei palazzi di Baghdad. Gli avvenimenti che sto per narrare hanno del fantastico, ma ti prego di seguire senza pregiudizio. Chiarirò ogni dubbio dal vivo.
Il proto-Concilio – l’assemblea che due secoli dopo sarebbe divenuta il Concilio – cominciò a riunirsi periodicamente attorno all’800 d.C., in diversi centri culturali in Asia Minore. Era formato da filosofi, alti funzionari, sacerdoti e imperatori, ma soprattutto da interpreti. Si trattava di menti acute: capirono in fretta che nella loro assemblea c’era un mondo per ogni lingua, e che ad ogni scambio e traduzione andava perso un po’ di colore, di sottigliezza, e si banalizzavano i concetti. La realtà di un arabo era diversa da quella di un bizantino, anche quando sembravano condividere la stessa terra e osservare gli stessi oggetti. Per prima cosa, quindi, i membri del proto-Concilio dovettero creare una lingua per capirsi realmente (“per vedere lo stesso mondo”). Non puntarono alla semplicità, ma alla completezza di espressione. Fu reso immediatamente chiaro che, per un obiettivo come il loro, era necessario poter esprimere ogni possibile sfumatura di emozione e ogni possibile grado di ogni possibile concetto con la massima precisione. La lingua risultante, a cui abbiamo dato il nome di Conciliare, è composta da un alfabeto di oltre settemila e settecento caratteri, ognuno con un numero di variazioni possibili tra le dieci e le trenta. I nomi e i verbi vengono coniugati non solo in base alle caratteristiche obiettive, ma anche alla percezione interiore e individualizzante dell’oratore: alle sue opinioni e posizioni personali riguardo l’oggetto, il soggetto o l’azione descritta, alle sue memorie, rielaborazioni e connessioni, ai suoi significati simbolici e così via. Esiste una gerarchia di espressione, per evitare che uno di questi fattori venga scambiato per un altro. I suoni sono netti e chiari. Le regole di pronuncia sono rigidissime e non è presente alcuna ambiguità sonora (non ci sono due parole pronunciate allo stesso modo) o eccezione grammaticale. È una lingua che descriverei modulare.
“La mela è rossa” o “La mela è sul tavolo” sono espressioni aliene al Conciliare, perché troppo primitive. Tutto ciò che è sbrigativo e apparentemente efficace, secondo il proto-Concilio, avrebbe coltivato confusione e distorto la comunicazione. Quindi “la mela – che riconosco essere simbolo di conoscenza e peccato per alcuni dei membri di questa assemblea – per me priva di significato simbolico – che evoca in me sentimenti di una nostalgia pungente – che al momento non ho alcuna voglia di mangiare (era importante anche comprendere quali fossero desideri e pulsioni dell’oratore in relazione all’oggetto o al concetto descritto) – è di una specifica gradazione di rosso quando osservata ad una luce equivalente a quella dell’una e mezza in un giorno di metà primavera in un campo aperto al livello del mare nel sito della presente assemblea”. Il Conciliare è la lingua dell’espansione di senso, dell’esplicazione nitida. È un tentativo affannoso di esprimersi realmente. Pensiamo che per la sua stesura siano stati impiegati interi decenni. I membri del proto-Concilio non divennero mai fluenti, ma iniziarono immediatamente ad impartire un profondo studio della lingua ai propri figli, eredi e pupilli. Due secoli dopo, il reale Concilio si tenne interamente in Conciliare, tramandato di generazione in generazione in una lunga e devota preparazione.
Tra gli altri problemi che il proto-Concilio si ritrovò ad affrontare ci furono la questione religiosa e quella della partecipazione universale. Si decretò che tutte le religioni fossero vere, ma nessuna reale in senso assoluto. L’obiettivo del Concilio era più grandioso della vita di qualunque profeta e metteva in ombra qualsiasi rivelazione precedente. La questione della partecipazione universale, invece, si divideva a sua volta in due argomenti: innanzitutto, che partecipassero rappresentanti per ogni cultura esistente; secondo poi, che partecipassero rappresentanti di ogni ceto sociale. I membri del proto-Concilio erano ben consci della loro ignoranza riguardo il loro stesso pianeta. Avendo accesso alle strutture di potere delle loro rispettive culture (o essendo in prima persona governatori e amministratori), fondarono delle gilde di esploratori, le istruirono e le sparpagliarono in giro per il globo. Per un secolo, in segreto, gli emissari del proto-Concilio navigarono e cavalcarono e marciarono e morirono di stenti. Nelle Ande fecero la loro comparsa un manipolo di europei, arabi e cinesi, così come in America Centrale e in Nord America, nelle isole del Pacifico e ai Poli. Questi missionari erano votati a compiere il proprio dovere e poi svanire dalla storia. Abbiamo ragione di credere che ogni impero, città e villaggio della Terra abbia ricevuto la loro visita; che ognuno di loro abbia insegnato il Conciliare ad almeno dieci eletti; che nessuno di loro abbia mai figliato; che abbiano trasmesso alle popolazioni da loro raggiunte la tecnologia adatta a traversare l’oceano, il modo di calcolare la data precisa del Concilio e quello di raggiungere la sua locazione. Il dibattito è ancora aperto su quali siano stati i metodi e i destinatari di questi insegnamenti. È probabile che solo una piccola porzione di questi esotici prescelti abbia veramente raggiunto il Concilio, due secoli dopo. Possiamo immaginare la reazione degli europei all’arrivo di questi umani con altri visi, altre mani, altre vesti, eppure con la loro stessa lingua – una lingua impeccabile, con cui vomitare per intero il proprio mondo e diradare una volta per tutte il mistero della Terra. Siamo incerti su come siano stati scongiurati gli scoppi di epidemie mortali, sia all’arrivo dei missionari in terre remote che all’arrivo di questi popoli al Concilio. Possiamo solo sapere che è stato così. Forse, prima del Concilio, gli uomini erano sempre stati l’uno resistente alle malattie dell’altro, anche se provenienti da due capi diversi del mondo; forse è stato il Concilio stesso a decidere che i futuri colonizzatori europei dovessero portare con sé questo tipo di piaghe. D’altronde, quegli avvenimenti sono riportati nella Storia redatta dal Concilio.
Garantire la partecipazione a ogni ceto sociale fu un’impresa non da meno. Un membro ideale del Concilio avrebbe dovuto essere fluente nel Conciliare, a suo agio nei dibattiti, forte delle proprie idee ma anche disposto a cedere in nome della visione collettiva. Sono caratteristiche estranee a contadini, assassini, falsi profeti, mercanti e tagliaborse. Ma l’umanità non è fatta di filosofi e imperatori: alla feccia e alla gente comune doveva essere riservato un posto d’onore nell’assemblea. Questo è il singolo punto che più di ogni altro getta luce sulle reali intenzioni e ideali del Concilio. L’obiettivo non era formare un’assemblea di uomini ideali per redigere una storia ideale; era mettere assieme l’umanità per redigere una storia umana. Questa fu la prima decisione del proto-Concilio (a prenderla ci volle tanto quanto per la stesura del Conciliare). Tra le opposizioni, ce n’è una che mi intriga. È un filosofo bizantino a parlare. “Per scrivere una storia umana non è forse sufficiente lasciare gli uomini liberi di comportarsi da uomini? Non è una storia umana, quella che ha portato al palazzo di Cnosso e a Maometto, al suicidio di Socrate e al primo raccolto sulle sponde del Nilo? Che bisogno c’è, allora, di un Concilio?” Si arrivò alla conclusione che dovesse esserci stato un Concilio prima di quello e che in quel Concilio si fosse deciso che il loro Concilio si sarebbe dovuto tenere – forse per modestia, o per mancanza di visione, l’antica assemblea non aveva avuto il coraggio di redigere una Storia che andasse oltre quel momento. La prova che l’antico Concilio si fosse tenuto stava nell’eccessiva armonia della storia, nel fatto che Socrate avesse deciso di imparare una melodia al flauto prima di morire, nel ruolo fondamentale dei maestri minoici, nel parallelo tra Gesù e Maometto, nell’esistenza di Roma e del Nilo stesso. Se quel Concilio si era limitato a redigere una storia umana, allora non c’era motivo perché il nuovo Concilio redigesse la Storia ideale: anzi, era già stato scritto dall’antico Concilio che il successivo avrebbe continuato sulle sue orme. Rifiutare quella volontà non avrebbe portato a nulla. Ti risparmio, per ora, i decenni di retorica che portarono a questa tesi. Non è da escludere che il proto-Concilio stesse semplicemente cercando un pretesto perché il Concilio avvenisse. Non è nemmeno da escludere che il Concilio abbia poi redatto quella che considerava essere una Storia ideale, nascondendosi dietro l’apparente umiltà della sua visione originaria.
Prima di questa lunga digressione (perdonami, ma si trattava di un contesto essenziale) parlavamo del dilemma dell’inclusione di umani di ogni ceto sociale e caratura morale nell’assemblea. La soluzione trovata dal proto-Concilio fu a dir poco controversa, ma rimane come testamento al loro ardore ideologico. Venne decisa un’equa proporzione di rappresentanti di diverse fasce sociali e di uomini con esperienze al limite (da ogni continente dovevano venire almeno venti braccianti, venti assassini, venti schiavi, venti ladri, venti falegnami, venti condannati a morte…). A quel punto, la gran parte dei poeti e dei pensatori, dei legislatori e dei sacerdoti del proto-Concilio si mise all’opera. Condussero intenzionalmente le proprie vite e le proprie famiglie alla rovina, perché i propri discendenti divenissero mercanti, mozzi, contadini, tagliagole, borseggiatori, sicari. Ogni membro si fece carico della produzione di un certo numero di uomini e donne di estrazioni sociali e esperienze di vita predeterminate, che fossero paradossalmente istruiti al Conciliare, all’ideologismo, al dibattito. La tradizione e l’educazione si tramandarono come un dovere sacro. Il segreto fu mantenuto. Queste casate si mantennero alla mercé del mondo perché un giorno nascesse il bambino che, come suo padre, avrebbe ucciso un uomo (o saccheggiato la tesoreria reale, o invaso e violentato, o trafficato schiavi) e poi sarebbe presenziato al Concilio. “Ma un parricida che conosce il Conciliare e viene a combattere per le sue idee non è un nobile prima che un omicida?” Furono spese fin troppe parole sull’argomento. Qualcuno propose che l’educazione fosse un mero attributo e che la nobiltà derivasse dalla morale, dagli atti: un parricida rimaneva un parricida, anche se sapeva inanellare le parole in una lingua perfetta e parlare per teorie del suo mondo di fango e sangue. Altri rimasero convinti che un parricida col Conciliare in bocca sarebbe sempre stato un surrogato; che quando si strozza un padre “il piacere di dibattere e teorizzare viene divorato da un odio insaziabile, dal desiderio di veder morto il mondo, di veder riflesso il cadavere del padre in ogni altro umano”. Lo stesso valeva per fabbri e contadini, “che di natura non avrebbero alcun interesse a mettere il mondo a parole, avendolo già conosciuto per intero col tocco e col sudore”. Ad ogni modo, non trovarono compromesso migliore di quello. Gli esploratori vennero incaricati di rispettare la proporzione anche nella scelta dei propri discepoli. Gli atti riportano il loro insuccesso. Al Concilio si presentarono solo una frazione degli uomini di fatica e tagliagole d’oltreoceano di cui era stata fatta richiesta. In una bizzarra inversione dei ruoli, i selvaggi vennero a recitare in massa il ruolo dei nobili, mentre i discendenti dei filosofi si presentarono con mani callose, occhi stanchi e coltelli al fianco.
Come ultimo atto, venne eretta una città fantasma sulle sponde del Tigri, né grandiosa né umile, come futuro sito del Concilio. Le fu dato il nome di “Zarasciandra”, che potremmo tradurre dal Conciliare come “sintesi/specchio – luogo dell’assemblea – prima città – ultima città” (tentare di adattare il Conciliare mi ricorda sempre di quanto primitive siano le nostre lingue). A Zarasciandra si incontrarono le guglie di Chang-an, i templi di Atene, gli archi di Roma, le cupole di Baghdad, i giardini di Babilonia, la pietra grezza irlandese […] e ancora, i centri cerimoniali di Teotihuacan (di cui portarono notizia i pochi esploratori di ritorno), i tumuli dei popoli del Mississippi e i “sognatoi” degli aborigeni australiani. Ho presenziato agli scavi, che procedono da più di ottant’anni. Posso dirti che non c’è una giuntura che sembra fuori posto, o un angolo in cui l’incontro di due visioni fa venire meno la simmetria. Zarasciandra prova una volta per tutte che le architetture degli uomini sono pezzi di un unico insieme; forse persino che il loro destino sia sempre stato ricongiungersi.
Il proto-Concilio si congedò cinquant’anni prima che si riunisse il reale Concilio. Ai pochi membri sopravvissuti non venne concesso un posto nell’assemblea, così che il Concilio non avesse in seno alleanze e rivalità pregresse o antiche complicità. Il vero Concilio iniziò in primavera. Bastarono nove lune perché Zarasciandra divenisse un riflesso della Terra (almeno, di quella degli uomini), affluendovi gente di ogni dove. I sacerdoti Toltec pregarono nelle moschee divinità dal volto di giaguaro; i costruttori di tumuli bevvero alle locande degli europei; gli arabi cantarono le lodi di Allah al ritmo della lira e di tamburi battuti con ossa di bisonti; gli adolescenti scandinavi appresero i principi del Confucianesimo e le loro madri impartirono agli abitanti del regno di mezzo la conoscenza delle rune. Alla sera, l’intero Concilio si riuniva nella grande piazza e interrogava ogni membro dell’assemblea sul suo mondo. Passarono almeno cinque anni perché ogni parola venisse detta. A quel punto, uomini e donne sembravano somigliarsi tutti e vedere tutti lo stesso mondo. Venne dichiarato ancora una volta l’obiettivo del Concilio: redigere la Storia dell’uomo, da quel giorno fino all’ultimo momento dell’eternità. Viene riportato un ultimo dilemma:
“Dovremmo scrivere vita e gesti di ogni uomo che verrà?”
“No; scriveremo dei loro tempi. Gli uomini verranno di conseguenza.”
Da questo momento, i testi smettono di descrivere gli scambi interni all’assemblea: inizia la Storia. Prima di continuare, vorrei soffermarmi un momento sulle motivazioni dietro il Concilio. È un dibattito che probabilmente continueremo per tutta la vita, io e te, e che ti accorgerai presto essere una questione di fede più che di scienza. C’è chi dice che nell’originale Corano e nelle prime stesure della Bibbia si parlasse del Concilio come compito sacro dell’umanità per ascendere al divino (il primo passo di una razza di dèi in erba, o di un dio solitario con tante teste quanto uomini sulla Terra); si dice che alcuni Bodhisattva predicassero di un evento analogo al Concilio come mezzo di liberazione collettiva (predeterminando la storia si uccide la potenziale influenza di ogni uomo futuro; non c’è più ragione di avere un ego, quando non se ne possono vedere gli effetti sul mondo). Personalmente (non senza prove) penso che il Concilio sia stato un gigantesco esperimento scientifico. Prima ti parlavo della luna, del freddo delle grotte e di umani senza fuoco: voglio tornare per un momento lì. Quegli uomini gettavano in terra le interiora degli uccelli e le ossa delle prede per cercare indizi sul domani, o spiegazioni del giorno trascorso. Sapevano che qualsiasi cosa avrebbero letto nelle loro forme e disposizioni sarebbe stata innegabilmente reale. Lo sappiamo anche io e te, e tutti gli altri uomini che in questo momento vivono secondo le leggi del Concilio. Sappiamo che il mondo ci parla; o che noi, interpretandolo, ne decidiamo la forma. Abbiamo discusso spesso degli studi junghiani sulla sincronicità. Ecco, io penso che il Concilio sia la prova più schiacciante della loro veridicità e delle stupefacenti conseguenze dell’applicazione del loro principio. Ogni essere umano mai vissuto ha avuto almeno una volta la sensazione inspiegabile di poter immaginare il mondo e vedere la propria fantasia realizzata. Gli intellettuali di Baghdad devono aver avuto la stessa consapevolezza, ma solo prove passeggere e non replicabili. Ecco perché il Concilio: un’assemblea preparata per secoli all’unico scopo di provare incontrovertibilmente il proprio potere sulla realtà. Un’assemblea per redigere la Storia dell’uomo e vederla accadere di fronte ai propri occhi. Se il Concilio avesse avuto successo, se la sua Storia fosse divenuta reale, la tesi primordiale degli uomini sarebbe stata provata una volta per tutte. Il Concilio ha avuto successo.
Gli scavi a Zarasciandra sono iniziati nel dopoguerra. Si dice che le coordinate siano state rivelate in sogno a un archeologo tedesco in esilio negli Stati Uniti. Il centro della città si apre su un colossale anfiteatro, che pensiamo sia stato il luogo delle sedute del Concilio. Al centro di quell’anfiteatro c’è un pozzo dal diametro di venti metri e dalla profondità tuttora sconosciuta, dove è srotolata un’immensa pergamena. Su quella pergamena sono contenute tutte le informazioni che ti ho divulgato finora (la stesura fu iniziata dal proto-Concilio), il cifrario per comprendere il Conciliare e l’intera storia umana. La Storia inizia così:
“Il Concilio si mette al lavoro. […] Zarasciandra viene seppellita. Il mondo dimentica di Zarasciandra e dei preparativi che hanno portato al Concilio. Il Concilio deve essere tagliato fuori dal mondo perché nessuno lo osservi lavorare. I membri del Concilio, non visti, sono ora oltre il tempo. Qualsiasi evento della Storia su cui il Concilio trova un accordo appare immediatamente trascritto su questa stessa pergamena, con grafia chiara, coerente, della grandezza giusta per essere letta. Il Pozzo è ora profondo fino al centro del pianeta, e il centro del pianeta è abbastanza distante da ospitare l’intera pergamena della Storia. […] I membri del Concilio vivono eternamente uguali a sé stessi. Quando l’ultima parola della Storia sarà scritta, i membri del Concilio si ritireranno in fondo al Pozzo. Là attenderanno che la Storia sia stata letta e accoglieranno gli ultimi uomini, nell’ultimo momento dell’eternità.”
Abbiamo raggiunto una profondità di circa quattordici chilometri nell’esplorazione del Pozzo, che corrisponde al sessantaseiesimo secolo. Sono correttamente riportati i maggiori eventi storici di cui siamo a conoscenza, spesso in versioni leggermente divergenti da quelle convenzionali. Ho letto passaggi sulle Crociate, l’invasione mongolica, la rivoluzione francese, l’Olocausto, il nostro piccolo mondo di tribù corporative, la futura caduta degli Stati Uniti, lo scioglimento di una lega araba che ancora deve formarsi e il primo incontro tra un capo di stato e un extraterrestre. Il nostro periodo storico è tra i più bizzarri tra quelli descritti dal Concilio (forse arrivato a un apice di delirio immaginativo), ma presto la bizzarria rientrerà e la storia verrà incasellata nuovamente nei suoi schemi ricorrenti. Ci saranno, in futuro (parlo del trentasettesimo e del quarantacinquesimo secolo) periodi storici analoghi al nostro; come sempre, saranno superati. So già che domande hai in mente. Sì, esiste una vasta cronaca di tentativi di impedire le decisioni del Concilio (sì, l’assassinio di Kennedy si avverò proprio grazie a uno di questi tentativi; sì, lì sono descritti il bombardamento del Partenone, Hiroshima e l’undici settembre; sì, sono descritti con minuzia i sogni che avrebbero portato quel tedesco a Zarasciandra). È inutile che ti parli delle catastrofi e delle epifanie che aspettano l’umanità: è solo la ripetizione di un vecchio copione. E poi, non avresti voce in capitolo. L’unico modo di sovvertire la Storia del Concilio sarebbe costituirne uno nuovo. Ma la Storia è stata scritta ad arte per impedire che ciò avvenisse: per questo viviamo in un mondo diviso, sezionato, eppure illuso della propria unità. Finché l’illusione permane, nessuno capirà che questa disgregazione esiste e nessuno agirà per sovvertirla.
Il Concilio è onnipotente. È onnipotente e infantile. Non voleva che qualcuno rompesse il giocattolo che s’era tanto impegnato a costruire, e ti assicuro che non succederà. Scoprendo dell’esistenza del Concilio, non abbiamo fatto che cambiare soggetto al paradosso teologico del male e saperlo reale una volta per tutte. Non c’è Dio, ma c’è il Concilio. Dio può tutto; il Concilio può tutto. Ma dove Dio è immacolato, il Concilio è disgustosamente umano. La storia umana fino al Concilio fu scritta col conflitto, col dolore, con la separazione: con l’orrore. La Storia dopo il Concilio è ancora carneficina, incomprensione, orrore. Perché? Ho una mia risposta personale. Penso che il Concilio avesse paura di sbagliare. Per riverenza verso una natura umana difettosa, sanguinaria e miope, ha redatto una Storia difettosa, sanguinaria e miope; così ci sarebbe stato meno margine d’errore e quel pomposo esperimento non sarebbe scaduto nel ridicolo. Il Concilio non ci ha liberato dal male perché non si credeva realmente capace di tanto. Lo era. Ora siamo schiavi della sua inettitudine, della sua pretesa di verosimiglianza, della sua mancanza di ambizione. Il Concilio era Dio; questo lo terrorizzava. Allo stesso modo, lo terrorizzava l’idea che un giorno sorgesse un altro Dio (un altro Concilio), che avrebbe saputo redigere una Storia vastamente migliore o peggiore della sua – in ogni caso, diversa. A quel punto, il Concilio di Zarasciandra avrebbe smesso di essere divino. Non poteva accettarlo.
Mi rendo conto del peso di ciò che ho detto. Se lo ritieni troppo, sei libero di pensare questa lettura come un mio lungo esercizio immaginativo. Se pensi di saper sopportare, ti farò vedere Zarasciandra. Se vorrai provare a preparare il prossimo Concilio, ti aiuterò. Sappi solo che sono già a conoscenza del risultato dei nostri sforzi.

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