Temporale

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Temporale

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Genere: Racconti

Ho trentotto anni e ho sempre vissuto la mia vita affamato di immagini, conoscenza, storie, culture. Fin da piccolissimo mi ricordo così. All’asilo volevo già imparare a scrivere quante più parole possibile, capirne il pieno significato e sentirle nelle viscere, cosicché tutto diventasse parte di me e scorresse come clorofilla. Non ho mai saltato una lezione al liceo: nel tempo libero leggevo, guardavo le cartine del mondo, gli album fotografici e ho continuato a fare lo stesso all’università. Quando le persone mi chiedevano perché facessi tutto questo, io rispondevo sempre così: «Perché prima o poi succederà qualcosa di terribile.». Sognavo sempre un temporale fuori dalla finestra di casa mia, all’ultimo piano di un palazzo: si avvicinava scuro e minaccioso. Anno dopo anno si faceva sempre più vicino con i suoi tentacoli elettrici rossi e blu. Non parlai mai a nessuno di questo sogno, sapevo già il suo significato, ma esprimerlo a parole sarebbe stato impossibile. Sapevo solo che stava arrivando qualcosa e tutto sommato non mi spaventava più di tanto. Perciò, dire che stava per succedere qualcosa di terribile sembrava una giustificazione – per quanto assurda – agli occhi degli altri, e andava bene così, meglio essere considerato bizzarro piuttosto che un profeta. Perché dico profeta? Perché il mio sogno effettivamente prese forma. Una notte sognai l’arrivo del temporale: il vento riduceva in polvere i vetri, la pioggia faceva marcire il pavimento e i fulmini incendiavano la camera da letto… poi il nulla. Nero. Ero morto? No. In quell’abisso sentivo un profumo di violette, intorno a me in sospensione vi era polvere purpurea. Diventò mattina e aprii gli occhi, ma non vidi nulla. Mossi le mani sul letto ma non udii alcun rumore. E così quel temporale misterioso mi aveva portato via la vista e l’udito. Ero solo. Urlai, piansi, mi dimenai e mentre le mie grida atone mi sconfortavano sempre di più, i colpi inferti al letto con le mie mani mi facevano sentire presente, ancora vero. Non udivo, ma toccavo, non vedevo ma sentivo. Cos’era successo quella notte? Riuscii a prendere il telefono e chiamare mia moglie. Capii dalla vibrazione che lei aveva risposto e allora le dissi di venire subito a casa mia, più in fretta che poteva. O almeno, questo era quello che volevo dirle, ma non avendo ascoltato la mia voce non sapevo se le fosse arrivata… fortunatamente però, lei venne a soccorrermi.

Nei mesi e negli anni a seguire abbiamo consultato diversi neurologi e specialisti. Gli unici sintomi materialmente riscontrabili erano danni sparsi in varie aree della corteccia relative all’udito, ma non all’area visiva. Il mio nervo ottico era danneggiato. Quali erano le cause di tutto questo? Nessuno ce l’ha mai detto, nessuno l’ha mai capito, eccetto me. Era stato il temporale.  So che voi mi direte che non è mai esistito, ma non capireste. Non è necessario che esista.

Negli anni a venire, io e mia moglie abbiamo sviluppato un linguaggio per comunicare nel modo più efficace possibile… pochissime parole mappate sul mio corpo, parole che potevano essere imparate senza vista e senza udito, ma solo con l’intuizione dello spazio circostante e le mani di mia moglie su di me. Una stretta sulla nuca e una sulla spalla vuol dire Seguimi; se lei mi disegna un cerchio sul petto è Ti amo; un pizzico sul fianco è Ci sono delle persone che conosci. Assieme a lei mi muovo nel mondo.

In questo momento stiamo andando al mercato. Dagli odori riesco a capire che siamo nel mercato centrale della città. Ragazzi, per quanto tutta questa situazione possa sembrare una maledizione… c’è qualcosa di incredibilmente meraviglioso qui. Allungo il braccio destro e lo sento scorrere nell’aria come un remo nei fiumi di isole polinesiane… le mie dita toccano del riso in un sacco e un fulmine… i fulmini di quel temporale che mi ha distrutto, adesso viaggiano dentro di me dandomi vita. Viola: le belle di notte fioriscono con i lampi del cielo. Il mio sistema nervoso è la poesia del mondo e ogni impulso neuronale parla di Dio.

Quel riso caldo lucido… mi folgora la testa l’immagine di una risaia in Padania, con piante verdi immerse in acque torbide che covano girini e zanzare… un profumo minerale di terra umida da far girare la testa. Continuo a seguire mia moglie con la mano sinistra nella sua, piano, con leggerezza. Il mio viso sorride. Siamo entrati nell’ala del mercato dedicata ai prodotti etnici. Nel mio nulla, nel mio nero, iniziano a esplodere il rosso della paprika affumicata, il giallo della curcuma frizzante e dolce. Aumenta la salivazione e tutto diventa una tela. Matisse sta usando le spezie per dipingere questa mente vuota che mi porto dentro. Matisse colora le sagome di due donne indiane che cucinano a casa, con aglio e spezie… posso sentire l’odore della loro pelle esotica, posso gustare i loro piatti e divorare con gli occhi i loro vestiti brillanti. Sento risate cristalline che diventano note chiare e azzurre, frammenti di un cielo vetroso, note di un’arpa invisibile che trema nelle laringi rosa. Immagino le ugole vibranti; mi ricordano mongolfiere pronte a prendere il volo in Cappadocia, sospinte dal fuoco caldo.

Sento odore di banane adesso, la visione viene interrotta: un banano viene tagliato in diagonale da un machete in Ecuador e cade a terra, facendo vibrare l’aria, mentre un campesino si sposta e sorride a chi l’ha aiutato. Mia moglie mi preme leggermente la mano e io mi fermo. Adesso me la lascia e si allontana, sento il suo profumo prendere il largo. So che tornerà, non ho paura. Ho i piedi freddi nelle scarpe, li muovo un po’, percepisco il suolo ruvido sotto di me. La mia dolce metà è secoli e secoli lontana da me, nell’altra porzione di spazio-tempo. E io sono qui, immobile come una fontana al centro di una piazza. Un altro lampo: sento la mano di mia moglie che mi prende di nuovo… che gioia quando torna! Con delicatezza, con quel suo tocco capace di fare di tutta la mia peluria sul mio corpo un’orchestra, mi appoggia sotto il naso dell’incenso che aveva preso per me. All’improvviso una porta di un tempio buddhista in Nepal si spalanca, vedo il rosso del suo portone logoro. Una brezza mi accarezza le narici, il vento entra dalle finestre e riaccende le braci dell’incenso appena caduto,scontrandosi con l’odore metallico, fermo, dell’immensa statua di Siddharta dallo sguardo fiero, calmo, ricolmo di Nirvana.

Io non sono più io, non sono più malato, sono libero.

Mentre entro nel tempio sento la ruvidezza delle ruote delle preghiere che girano, perturbando l’atmosfera. Preghiera, preghiera… tutto è sacro, tutto diventa necessario. Adesso mi trovo dentro una chiesa  a Catania, mentre l’incenso si affievolisce. È la festa di Sant’Agata: le celebrazioni vanno avanti dal mattino, ora è sera e le chiese restano aperte. Se esco fuori sento il profumo dei cannoli, il caramello, la ricotta, il pistacchio dolce e verde. L’Italia, il sale del mare, il fresco che mi abbraccia la pelle e mi fa naufragare in un fondale meraviglioso e pieno di mistero.

Così viaggio nel mondo e dentro di me, così conquisto la mia dolce libertà. Riesco a sentire tutto, riesco a sentire le lacrime di una madre, le cattedrali al tramonto pronte a scrutare l’uomo. Un fulmine cade sulla guglia più alta. Il temporale che mi aveva distrutto mi ha dato nuova vita. Ora faccio parte del mondo: non esistono categorizzazioni, giudizi affrettati o ideologie scarne che mi rapiscano. Sono il vuoto che cammina, il nero che contiene la luce e la vita, sono la tempesta con il sole, sono sveglio e addormentato, sono buddhista e cristiano.

Sono il mondo che respira.

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