Exuvium

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Exuvium

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Genere: Racconti

14 Settembre.
Soggetto: Exuvium. Stato: fase di inoculazione sperimentale.
Mi chiamo Joseph Kavanaugh, medico specializzato in chirurgia estetica e ricostruttiva.
Il mio lavoro è quello del Signore ma, anziché plasmare l’invisibile, aggiusto i suoi errori: un atto di supremazia sul caos organico che infesta la specie.
Ho collezionato un tributo per ciascuna operazione andata a buon fine: scorie cellulari, umori, schegge d’osso e sangue infetto. Li tengo da parte per alimentare il mio disgusto, e per rispetto del fallimento che ho corretto. Ogni grammo di grasso aspirato, ogni goccia di siero rappresenta l’impronta della decadenza che i miei clienti, edonisti senza spina dorsale, si ostinano a negare. La loro arroganza è una risorsa preziosa; la vanità mi consente di trasformare il desiderio in una fornace di esperimenti.
Per quasi dieci anni, ho lavorato in segreto al solo scopo di sintetizzare l’Exuvium. Non è chimica, ma metafisica biologica. Ne ho ottenuto una sostanza organica che si agita come se fosse dotata di vita propria, nutrita dalla negatività degli scarti umani che ho mescolato tutti insieme. Nasi storti, seni troppo piccoli, volti deformati: l’Exuvium rigetta l’errore e costruisce pelle nuova, un tessuto più efficace di qualsiasi medicina conosciuta. È un prodotto fortemente viscoso e dalla colorazione perlacea, sembra muco pulsante.
Ho usato la prima fiala su A.M., una sedicenne svampita e di bell’aspetto. È stata corrotta dalla madre, che vede in lei il prototipo della gioventù perfetta di cui non ha mai goduto. Ho inserito l’Exuvium direttamente nelle sue labbra, diluito in una soluzione nutriente. Ha intuito velocemente lo scopo della sua creazione.

5 Ottobre.
Soggetto: A.M. Sede: regione toracica. Stato: necrosi e rigetto.
Il fallimento non era prevedibile. A.M. è tornata per un problema al seno, operato in precedenza con infiltrazioni standard. Ho dovuto rimuoverle l’impianto.
Il silicone era intatto, ma il tessuto mammario appariva rinsecchito e maleodorante, svuotato come una prugna lasciata al sole. Una reazione anomala che sconvolgeva e imbarazzava la paziente. Non sembrava un’infezione, ma una specie di drenaggio continuo all’interno della carne. L’operazione di mastoplastica additiva era stata eseguita in un’altra clinica, perciò non ne avevo responsabilità. Il capezzolo espelleva un siero denso, giallo e grumoso, dall’odore acre e nauseabondo come quello della morte.
È bastata una semplice ecografia per accorgermi che fosse colpa dell’Exuvium: era sceso dalle labbra per diffondersi nel torace, attirato dall’innesto artificiale che percepiva come un intruso. Lo aveva circondato e isolato, accelerando la decadenza della materia circostante. La perfezione non era stata raggiunta; ma negata.
Ho aspirato il liquido, ne ho archiviata una provetta e ho fatto quanto in mio potere per salvare la ragazzina. È uscita dalla clinica senza mostrare alcuna emozione, pallida come uno zombie e con il petto pieno di punti.

12 Novembre.
Soggetto: L.D. Sede: zigomi e mento. Stato: prurito, delirio e autoflagellazione.
L.D., il narcisista compulsivo, è impazzito senza preavviso. L’ho trovato nella sala d’aspetto in preda a un furore animalesco. Aveva tentato di scuoiarsi il viso con le unghie spezzate, scavando solchi profondi da cui pendevano brandelli di carne infetta. Non so se provasse dolore, ma la sua frenesia era spaventosa, così forte da offuscare la sofferenza.
«Mi grattano sulle ossa!» urlava, schiumando come un cane e sbattendo la testa contro il muro. «Mi stanno masticando! Li sento scavare in mezzo alla faccia!»
Ed effettivamente, sotto l’epidermide degli zigomi, non c’erano più le placche che gli avevo sistemato allo scopo di renderlo liscio e presentabile, ma una tessitura nodosa, mobile, come un sacco di grani che rotolava. Quando ho accostato lo stetoscopio a quell’oscenità, ho percepito uno strascico umido che si spostava lentamente, un raschio sottile proveniente dalle profondità della mascella.
L’Exuvium si stava muovendo per sostituire l’impianto e questa volta, a differenza di quanto fatto per A.M., non si è limitato a escluderlo, ma ne ha assunto la configurazione. Il siero è diventato tessuto connettivo, cartilagine vera e propria, una colonia biomeccanica in grado di imitare l’ospite. Il dolore della pressione doveva essere insopportabile.
Ho dovuto sedare L.D. per confinarlo e fare in modo che sparisse. Non ho ancora capito come aiutarlo. I registri clinici parlano di psicosi acuta, ma questo è un orrore biologico che trascende la classificazione medica.

8 Dicembre.
Soggetti: P.R. (contaminazione laringea) e T.F. (espulsione).
La creatura ha sviluppato una specie di linguaggio. Si agita sotto la carne per creare forme che non capisco, ma è chiaro che stia provando a comunicare.
Da quando ho visto di cosa è capace, non sono più riuscito a chiudere occhio. I pazienti vengono da me per farsi modificare, per diventare qualcosa di nuovo o irriconoscibile, e io mi limito ad accontentarli.
T.F. ha cercato di far uscire Exuvium sbattendo la testa contro il muro. Ne ha ottenuto soltanto di ridursi la cartilagine a una massa gelatinosa. Ho estratto i filamenti dal setto nasale e i tentacoli mi sono apparsi marci, pregni di sangue e muco. Quando ho provato a tranciarli, ho incontrato una resistenza innaturale, quasi volontaria. Sembrava che volessi rompere un muscolo a mani nude. Inutile a dirsi, T.F. è morto nel giro di qualche ora. Il suo cadavere servirà per altri esperimenti. Nessuno verrà a reclamare il corpo giacché in fondo, della gente come lui, tutti pensano la stessa cosa: “se l’è cercata”.
Per questa ragione, ci sono andato cauto con P.R., l’influencer che voleva cambiare voce per risultare più interessante. Exuvium è apparso cosciente dei miei tentativi di contenerlo e ha dato sfogo alla sua pulsione coloniale. Ha inglobato le corde vocali e, appena ho calato una goccia sulla laringe, l’ha trasformata in una sfera di tessuto spugnoso che non smetteva di suppurare. Il ragazzo ha provato a urlare, ma tutto ciò che emerso è stato un eco gutturale che somigliava vagamente alla voce rinnegata. Mi ha guardato per mezz’ora con gli occhi stralunati, legato alle cinghie del letto, lasciato solo nell’ambulatorio illuminato dal neon tremolante. Non dimenticherò mai quello sguardo terrorizzato che implorava aiuto, pur sapendo di essere spacciato, mentre io prendevo appunti e facevo finta di pensare ad altro. L’ho studiato come un vitello agonizzante del quale non mi importasse nulla.
Il suo gorgoglio mi è sembrato la sinfonia dei vecchi pazienti, il concerto di gemiti, pianti e colpi di tosse che non avevo potuto impedire. È stato in quel preciso istante che ho deciso di registrare i versi della morte. Li troverete da qualche parte accanto a questi appunti.

19 Gennaio.
Soggetto: S.V. Sede: struttura ossea e midollo. Stato: incomprensibile.
S.V. è venuta da me perché costo poco. Come tutte quelle della sua specie, cercava la perfezione a buon mercato. Ha richiesto diverse zone d’intervento e ne ho approfittato per iniettarle una nuova forma di Exuvium, diluito con una serie di enzimi in grado di silenziarlo. Oggi è tornata con tre fratture al torace e un’emorragia interna di cui non si è neanche accorta.
Non so se sia valido parlare al presente perché, mentre scrivo, la paziente è morta. Eppure sta provando a rompersi le braccia per fuggire dai lacci le tengono fermi i polsi. Prima si è spezzata una costola con un colpo di tosse, poi si è voltata a guardarmi con le sclere gonfie di vene.
Il siero ha attaccato la fondazione stessa del suo corpo, l’essenza biologica che caratterizza ciò che siamo. È fatto di scarti, pus, labbra sgonfie e filler andati a male: non può essere una cosa benigna.
La vanità non è banale, agisce come un vizio strutturale. L’Exuvium lo capisce, lo detesta, vuole riportare tutto allo stato iniziale. E forse ha ragione lui.
Ho eseguito una scansione su quel mezzo cadavere animato dagli spasmi: le ossa sono state sostituite da ombre dense e mobili, un’architettura scheletrica che si muove come alghe nella corrente. Il corpo di S.V. è un involucro di carne nel quale prosperano insetti e parassiti.
Ho falsificato i documenti e l’ho fatta sparire insieme a tutti gli altri. Togliere la vita è stato facile, ma non posso sopportare di scavalcare la morte.

5 Febbraio.
Stato: è andato tutto a puttane!
L’isolamento è assoluto. Ho smesso di accettare nuovi pazienti. L’ultima è stata J.E., un’altra cretina che voleva il “sorriso d’angelo”. Ho usato l’Exuvium per fissare il tessuto gengivale, una dose minuscola. Credevo che il siero si riproducesse nei momenti di incoscienza, come il sonno o la sedazione, ma ovviamente mi sbagliavo: J.E. è tornata con il viso bloccato. Non poteva chiudere la bocca e le gengive si erano dissolte, lasciando esposta l’arcata ossea. Grondava un muco scuro e denso che scendeva come bava dal suo nuovo, grottesco ghigno.
La bocca era una maschera di ossa putrescenti e i denti si muovevano liberamente nelle loro cavità. J.E. piangeva senza lacrime, battendo la testa contro il muro per espellere ciò che le raschiava l’interno della mandibola.
Sono riuscito a farla andare fuori prima che arrivassero gli altri. Hanno calpestato il suo corpo in preda alle convulsioni e sono venuti a bussare alla porta del mio ambulatorio, come ombre umane prive di coscienza. Ho sbarrato l’ingresso con la scrivania.
Tutti quelli che ho ucciso mi guardano attraverso il vetro. Si sono flagellati, graffiati e morsi a vicenda. Il fetore penetra attraverso le fessure e mi fa bruciare la gola. Non riesco a sopportare i loro sguardi giudiziosi e le budella che gocciolano sul pavimento. Gli occhi dimostrano una volontà feroce, quasi predatoria.
L’Exuvium è un parassita che sfrutta l’illusione della bellezza come vettore di diffusione. La sua missione è ricondurre all’imperfezione tutto ciò che ho creduto di aggiustare.

7 Febbraio.
Non ne posso più. Sto perdendo la cognizione del tempo. Ho riempito pagine e pagine di formule che non hanno senso.
Le creature fuori dalla porta hanno cominciato a strapparsi la carne per poi ingoiarla e defecarla. Con quell’orribile e fetido impasto, attaccano brandelli di pelle al vetro dell’ambulatorio. Li sento urinare e vedo il liquido giallo che scorre lentamente sotto i battenti, disegnando sagome bizzarre sulle mattonelle. Mi viene incontro, accompagnato dalle risate isteriche dei mostri. A volte saltano nello spazio lasciato libero dai grotteschi pannelli di carne umana, e il volto che compare oltre la cornice è qualcosa di indescrivibile, agghiacciante: sono teste bianche, calve e deformi, caratterizzate da un sorriso talmente largo da aprire in due la faccia. Nessuna creatura vivente sarebbe capace di esibire un’espressione così terrificante. Hanno ingoiato perfino i loro stessi denti.

9 Febbraio
Finalmente ho trovato il coraggio di farlo: ossessionato dalle loro grida, mi sono iniettato una fiala intera di Exuvium. L’ho deciso per rispetto, perché il creatore deve onorare la sua creazione. Perché ho cominciato a parlare da solo. Perché loro non dormono, e li sento masticarsi a vicenda con le gengive prive di denti.
Dio, perdonami! Non è forse questa la perfezione?
Avverto l’acido scorrere dentro di me, agitarsi nella pelle come un topo sotto il tappeto. La mia memoria è un labirinto di volti decomposti. Joseph Il Bastardo Kavanaugh.
Questo diario non è un resoconto medico: è la mia epistola biologica. Ho usato l’Exuvium per estirpare l’errore, ma lui mi ha sbattuto in faccia la verità. È una sostanza marcia che riporta tutto in equilibrio.
La mia pelle è diventata umida e molliccia. Sento gli organi interni che si agitano, il sangue che scorre nelle vene, tante piccole zampette acuminate che mi grattano le ossa e ne spargono la polvere dentro i muscoli. È un’esperienza orripilante. Il dolore è talmente intenso da non riuscire a concentrarmi. Per scrivere queste righe, ho assunto tutte le droghe e i vaccini sperimentali nascosti nel doppio fondo del cassetto.

10 Febbraio.
Stato: ho assaggiato la mia carne. Sono un figlio di puttana!
Sì, la sento! La creatura è ovunque! Bevo i miei liquidi e mi piace staccarmi la pelle dalle ossa. Gli altri mi aspettano fuori, ma non posso più sentirli. Forse hanno smesso di agitarsi. Non c’è più nulla da correggere.
Sono rimasto solo. Nudo. Sorrido. La lastra fredda del tavolo operatorio mi fa eccitare al solo pensiero di finire sotto i ferri. La clinica, il mio altare di vanità e splendore, la mia tomba liquida!
La missione è terminata. Ho creato la perfezione attraverso il disgusto. La verità della carne che rigetta la plastica e il silicone. Guardate, che armonia! Mangiare sé stessi è così bello.
Ho preso il bisturi. È la mia ultima, meticolosa scelta. Voglio vedere cosa c’è dentro. Voglio vedere come diventa la perfezione quando la digerisci.
Poggio la punta sullo sterno e vi saluto. Devo affrettarmi. Per favore, quando troverete il mio corpo, assaggiatemi anche voi.

J.K.


Riconoscimenti


Questo racconto ha vinto nel 2025 il concorso Racconti dalla cripta di Margine Rivista.

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