Stanza vuota

Matteo Maci Poesia poesia italiana esistenzialismo introspezione malinconia ricordo solitudine tempo che passa oggetti quotidiani memoria immobilità stanza simbolica
Immagine in evidenza per Stanza vuota

Stanza vuota

— Lettura lampo

Genere: Poesia

Giorno. Sogno lucido nel mio vuoto.
Pende dalla cornice dello specchio
una cravatta grigia stropicciata
che si abbina col colore degli occhi:
i miei oppure i suoi, non lo so.
Scorgo due libri che mi appartenevano:
una vecchia edizione in cui i maudits
sono rilegati come un manipolo
feroce di parole tra le pagine
gialle, pronte a dare battaglia; l’altro
è un tascabile blu, che si pensa
contenga alcune tristi verità.
«Scusa lo scompiglio» dice una voce
dallo specchio: lo spettro di presenze
trascorse, di promesse di ritorno.
Ha il suono soffice degli oleandri
che gemono aromi caldi d’autunno.
Il letto è spoglio: nessuno dorme
da lungo tempo su quel materasso
nudo e pallido che cullava sagome
flaccide di due corpi appisolati.
Accanto al letto stanno alcune foto
annerite da riluttanza e polvere.
Basterebbe soffiarci sopra, prendere
quello che vogliono ancora evocare
e riporle lì. Poi, dimenticarsene.
Appunti frettolosi e indecifrabili
popolano questa squallida stanza.
Qualcuno ha confidato alla carta:
Ho imparato, dal soqquadro di vita
inutilmente offerta come un frutto
lattiginoso di noia” e nient’altro,
versi rimasti appesi alla fandonia
disgraziata dei poeti. La luce
fatica a illuminare il muro bianco.
Oltretutto, il sole graffia la soglia
della porta come un micio: lo vedo.
Il momento di tirare le somme
tarda a venire come un vecchio ubriaco
troppo preso da quello che racconta.
Lo sciame confuso di oggetti svuota
la stanza di ogni possibilità
che parli, in qualche modo, del presente.
Troppi poster rimangono aggrappati
alla parete, implorando di essere
visti con lo stesso sguardo di un tempo.
Alcuni si battono per la rivoluzione
che ci siamo ormai lasciati alle spalle.
Altri sembrano rubati alle insegne
di cinema sciupati dall’incuria.
Tutto sta al suo posto in questa miseria.
La finestra dà su una strada anonima:
il grigio dell’asfalto sembra il dorso
di un elefante che avanza svogliato
per una terra che lui non conosce.
È rimasto un posacenere tondo
di vetro, imbevuto di mozziconi:
fumassi ancora, l’omaggio finale
a questa pila maleodorante
di rimpianti potrebbe scivolare
dalle mie dita senza troppo sforzo.
Un mio frammento diceva: “Aver perso
ogni vizio tranne che l’adombrarsi,
che è prerogativa del crepuscolo”.
Qui, una volta, affacciato sul torpore
umido della città, ripetevo
che il mondo si ritrae dentro forme
vacue come gusci. Tu mi ascoltavi.
Ce ne stavamo a guardarci così,
come due vuoti che non si conoscono.
Mi domando se questa allegra stasi
valga qualcosa, se i miei panegirici
sul nulla abbiano retto contro il tempo,
oltre a tenermi fermo in questa stanza.

Ti potrebbe interessare anche: permalink

Farfalle

Farfalle