La piuma e il macigno

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La piuma e il macigno

— Lettura agile

Genere: Racconti

Se bisognava alleggerire le merci per far viaggiare meglio i carri, ci si doveva rivolgere a Johannes. Innanzitutto, si doveva avere la fortuna di trovarlo in bottega – per niente scontato, dato che preferiva dilettarsi in una serie di bizzarri passatempi che con la sua professione avevano poco a che fare, come cercare di convincere gli asini di essere cavalli o escogitare nuovi travestimenti con cui presentarsi ai balli di corte. Solitamente, quando era presente, lasciava la porta della bottega aperta. Dava sempre l’impressione di essere lì per caso, o di star cercando qualcosa tra le sue pile inestricabili di carabattole, per poi guizzare ancora via a combinare chissà cosa. Alle richieste dei clienti rispondeva volentieri (d’altronde era quello che gli dava da vivere); alle proposte di collaborazioni a lungo termine – pure venissero da principi o geni – si tirava sempre indietro, dicendo di essere alchimista tanto quanto addestratore di asini e che non gli sembrava appropriato dare priorità a una sola delle sue occupazioni. La sua stramberia era raramente causa di fastidi. Ai più strappava una risata e il desiderio incontenibile (ma non ostile) di afferrarlo per farlo stare fermo. Con qualche spruzzata di polvere, tocco, e rovesciata di alambicco, i carichi di metalli e spezie dei suoi clienti perdevano peso fino a quasi fluttuare – non era raro che esagerasse, e in quei casi ci si doveva rivolgere a Klaus per rimediare.

Allora per le strade si assisteva a una comica parata di mercanti in volo su barili colmi fino all’orlo (che seminavano polveri e sgocciolavano spade) e mercenari che trascinavano casse di vesti pregiate come aquiloni. Klaus era sempre nella sua bottega, ma lasciava la porta chiusa. Johannes bussava col ritmo di una canzone popolare del loro villaggio d’origine (i due erano cresciuti assieme a sud-est) e Klaus apriva arcigno. Lo scambio andava sempre allo stesso modo. Klaus dava amichevolmente dell’imbecille all’altro, poi ancorava il carico dei disgraziati alle pietre del vicolo. Con qualche parola pronunciata a mezza bocca, un tocco misurato e una goccia di chissà cosa, appesantiva casse e barili quel tanto che bastava da piantarli dolcemente al suolo. I mercanti e le loro guardie esultavano, abbracciavano Klaus, che se ne stava rigido come un palo, e persino Johannes, che festeggiava assieme a loro. In questi casi il pagamento andava metà a uno e metà all’altro, come avevano pattuito da ragazzi.

Chi si rivolgeva direttamente a Klaus lo faceva per lavori ben più di fino. Senza di lui metà delle case della città non avrebbe avuto terreno solido su cui poggiare, non sarebbero esistiti quegli insoliti montacarichi che portavano i carri dalle pendici del pendio fino al castello, e a nessuno sarebbe arrivata l’acqua del fiume fin dentro casa. Sarebbero anche esistiti tre metalli in meno, ma le conseguenze di quelle invenzioni erano note a pochi, se non solo a Klaus stesso (certamente non a Johannes). I marchingegni di Klaus erano degli intricatissimi labirinti di ruote e angoli, tortuosi quanto un organismo vivente. Qualche acuto cantore di strada narrava che, con quelle forme irresolubilmente complesse, Klaus cercasse di riprodurre la sua mente – “e bisogna sperare che non ci riesca mai veramente”. A volte Klaus spariva oltre la soglia della bottega per giorni interi. Chi si avventurava nel suo vicoletto diceva di sentir scricchiolare le assi del pavimento del laboratorio. Immancabilmente, Johannes arrivava a scardinare la porta, spostandola con un solo dito, e si trovava davanti l’amico, fermo a pensare sulla sedia semi affossata dietro il bancone. Con qualche tocco danzante lo alleggeriva e se lo portava via in spalla con tutta la sedia, mentre lui si lamentava.

I due si riunivano spesso (quando Klaus non stava cercando di appesantirsi fino ad arrivare al centro della terra o Johannes non stava cercando di imparare a camminare sulle mani e scrivere con i piedi). Erano soliti ritrovarsi al tramonto sulla scalinata di un tempio sconsacrato, su una vasta collina che dava le spalle al castello e alla città. Klaus mostrava i piani dei suoi macchinari e condivideva le sue scoperte. Johannes ascoltava affascinato, suggerendo dove snellire; poi raccontava delle sue imprese strampalate, a cui Klaus non mancava di trovare chiavi di lettura poetiche ma di labirintica complessità. Per Klaus non esisteva nulla che non fosse alchimia: lui stesso lo era. Per Johannes l’alchimia era un’altra delle sue bizzarrie, che per caso coincideva col suo mestiere: nulla più.  Ciò che veramente li distingueva era che Johannes sembrava vivere in uno stato di incosciente beatitudine, mentre Klaus non faceva che lamentarsi che il cervello gli stesse per bucare il cranio.

Una sera – ahimè – successe quello che tutti temevano. Klaus si lamentò una volta di troppo e Johannes osò parlargli di leggerezza. L’altro sbraitò che senza la sua sofferenza la città non avrebbe avuto montacarichi e purificatori, e nel mondo sarebbero esistiti tre metalli in meno; poi incalzò Johannes con un annoso argomento: «Chiedere a me di essere leggero è come chiedere a te di essere pesante! Cose del genere si possono chiedere solo ai bambini. Per noi è troppo tardi.»

Johannes stette un po’ a pensare, poi esplose in un sorriso sornione. «Scommetto che sarei in grado di far diventare una piuma pesante quanto un macigno, come fai tu» gli disse, con aria di sfida. «E scommetto che anche tu riusciresti a far diventare un macigno leggero quanto una piuma, proprio come faccio io.» continuò, dondolandosi a gambe larghe.

La prima reazione di Klaus fu ovviamente qualcosa sulle righe di “Non dir scemenze! (anche se non sai far altro)”. Poi si giustificò dicendo che una sfida del genere – che già sapeva impossibile – l’avrebbe distratto troppo a lungo dai suoi studi e da nuove creazioni. Johannes lo punzecchiò come fanno i bambini, chiamando in causa la paura e l’orgoglio; poi disse che, per quanto lo riguardava, l’avrebbe presa come una delle sue avventure e che l’avrebbe come sempre portata a termine. A Klaus sarebbe andata bene così – era ovvio che Johannes non sarebbe riuscito a concludere nulla, non essendo in grado di appesantire qualcosa neanche con un’incudine e una corda – non fosse che l’amico pensò bene di aggiungere che un suo eventuale fallimento non avrebbe provato nulla del processo inverso: «Chissà, magari un uomo leggero non può appesantirsi, ma uno pesante può alleggerirsi.»

A quel punto, cogliendo l’occasione di metterlo a tacere una volta per tutte, Klaus accettò in un impeto d’ira: «E va bene, imbecille, ma quando ti avrò provato la mia logica la smetterai con i tuoi discorsi da beota e mi lascerai lamentare in pace!»

L’altro volteggiò via nell’aria della notte con le gambe strette al petto, ridacchiando e dichiarandosi già vincitore. «E quando ti avrò provato che la tua non è logica, non avrai più scuse: ti basterà alleggerire quel tuo cervelluccio pesante!»

Nei giorni che seguirono le cose sembravano andare come al solito: Klaus stette chiuso in bottega e continuò le sue ricerche su un nuovo materiale da costruzione, mentre Johannes se ne andò in un campo a far pascolare un branco di pecore di cartapesta. Qualcosa nei due era cambiato, anche se non lo davano a vedere. L’idea stava fermentando. Fu il sogno di una pioggia di piume di piombo a spingere Klaus a dedicarsi una volta per tutte alla sfida; per Johannes, l’impegno arrivò mentre vedeva volare via uno dei suoi animali di carta: fosse stato più pesante, sarebbe stato ancora con lui. Approcciarono l’impresa com’era ovvio che avrebbero fatto. Klaus si introdusse nella bottega di Johannes, di cui custodiva una serie di chiavi di riserva (Johannes ne perdeva una ogni volta che metteva piede fuori). In quel dedalo di colori e alambicchi serpentini cercò di rinvenire qualche frammento d’appunto. Trovò solo fogli sparsi: disegni di bestie immaginarie, libri composti da un solo capitolo e manuali di viaggio. Decise di prendere quanto gli potesse tornare utile e si diresse verso le pendici del pendio in cerca di un macigno su cui sperimentare. Johannes, intanto, chiese una piuma in prestito a un falco e la osservò a lungo, seduto nel mezzo della pianura.

A fine giornata le conclusioni furono le seguenti: Klaus decretò che il macigno era troppo denso; si trattava di un pezzo della terra stessa, troppo antico e troppo nobile per staccarsene e lasciarsi prendere dal vento. Johannes si chiese perché non stesse riuscendo nell’impresa e basta. Una piuma è leggera perché deve volare. Quella piuma, però, era stata sottratta dalle sue compagne ed era rimasta sola. Il suo compito non era più volare, perché non ne aveva modo, quindi non c’era motivo perché fosse ancora leggera. Tanto valeva essere pesante! Eppure continuava a fluttuare e volteggiare a terra appena Johannes la lasciava. Temette per un momento di aver fatto un torto alla natura, tenendola per sé. La piuma lo rincuorò: in vita aveva volato abbastanza e le piaceva l’idea di essere la prima piuma a diventare pesante come un macigno.

I due si incontrarono davanti al tempio. Non fecero menzione dei propri esperimenti. L’uno credette che l’altro avesse dimenticato la sfida (Klaus ne era particolarmente sicuro), ma non pensarono per un momento di desistere. Johannes parlò del pascolo delle pecore di carta e Klaus del suo nuovo materiale, che era sia marmo che ferro che calce – anche se si sentiva la testa pesante, si strozzò le lamentele in gola per non ricordare all’amico la loro ultima discussione. Per quanto diversi, i due avevano in sé lo stesso acume. Johannes passò la serata a misurare le parole di Klaus, sospettando che il segreto della pesantezza fosse nascosto tra i loro intrecci e inquisizioni. Le vedeva crescere e attorcigliarsi l’una sull’altra, acquisendo consistenza e piombando al suolo. A Klaus non sfuggì l’insolita concentrazione dell’amico. Per conto suo, indagò a lungo i movimenti di Johannes. Forse la chiave della leggerezza stava nel suo insolito dondolio, goffo ed elegante, o nei movimenti ipnotici delle dita, che sembravano avere coscienza propria. A fine serata si congedarono sbrigativamente, ansiosi di testare le loro nuove teorie.

Nella settimana seguente, Johannes trascorse un tempo insolitamente lungo in bottega e cominciò addirittura a chiudere la porta. I clienti passarono oltre, pensando che non fosse in casa. Lui accarezzava la piuma, con cui aveva ormai stretto una sorta di amicizia, e tentava di parlarle con le parole di Klaus. Fu uno sforzo immenso; con rabbia crescente, si accorse di non esserne in grado. Le parlava di un tramonto sulla pianura che avevano condiviso, le chiedeva delle sue vecchie ali e del carattere del falco cui un tempo apparteneva – ma Klaus avrebbe parlato dell’intrinseca complessità di una piuma, si sarebbe chiesto quale meravigliosa concatenazione di cause l’avesse portata ad esistere, avrebbe cercato di capire come la natura l’avesse messa insieme a partire da elementi già esistenti, avrebbe indagato il confine tra quella piuma e il suo falco! E forse a quel punto l’avrebbe già appesantita tanto da piegare il tavolo.

Klaus non ideò alcun marchingegno e non portò a termine nessuno studio. Trascorse le mattine e i pomeriggi davanti ai macigni del pendio. Per quanto provasse, il suo corpo si rifiutava di replicare i movimenti di Johannes. Le sue dita non osavano abbozzare un gesto che non fosse un suo comando. Dondolando si sentiva stupido e meccanico. Johannes avrebbe piroettato con disinvoltura attorno al macigno, l’avrebbe osservato e avrebbe deciso che non c’era motivo perché fosse pesante, che a una cosa nata dalla terra non dovrebbe essere impedito di conoscere anche l’aria, ed ecco fatto. Fu il primo dei due a capire che movimenti e parole fossero semplici espressioni della loro natura: conseguenze, non cause generatrici. Era come pensare che il vento fosse prodotto dai movimenti delle fronde degli alberi, o dei panni stesi ad asciugare. Per rendere una cosa leggera come faceva Johannes bisognava muoversi come Johannes, certo, ma per muoversi come Johannes bisognava essere Johannes.

Quella domenica, entrambi pensarono di recarsi un po’ prima al tempio per godersi il tramonto. Si incontrarono per caso, ma lo ritennero ovvio. Klaus chiese all’altro come aveva passato la settimana. Johannes rispose che aveva accarezzato una piuma e aveva cercato di ricalcare delle parole, ma che era stato un tentativo stupido, poi gli chiese come andava con quel nuovo materiale di costruzione. Klaus biascicò qualche giustificazione (principalmente per sé stesso). Johannes cominciò, come suo solito, a parlare di tramonti su altri pianeti e a ipotizzare di un essere umano che vedesse il rosso al posto del blu. Poi successe l’inspiegabile: sembrò cambiare voce, tessere le parole diversamente, e parlò di raggi di luce, molecole d’aria e rifrazione. Klaus, dopo qualche momento di stupore, riconobbe una sua grezza imitazione. All’inizio gli era sembrato di sentirsi parlare dall’esterno. Johannes si spiegò dicendo che aveva in mente una nuova impresa: sarebbe diventato Klaus, e per farlo avrebbe dovuto vedere il mondo come lo vedeva lui. Il resto della serata trascorse pacificamente. I due discussero a lungo, Johannes come Johannes e Klaus come Klaus, ma l’uno cercando di navigare le rotte dei pensieri dell’altro. Talvolta riuscirono, nella loro mente, a anticipare le risposte e le riflessioni altrui. Si salutarono col sorriso in volto, come non facevano da tanto, soddisfatti della serata. Tornando a casa, Klaus lasciò inavvertitamente la porta della bottega aperta e sognò di uomini di cartapesta che camminavano sul loro naso. Johannes restò a dormire sugli scalini del tempio, ma nel mezzo della notte decise che era scomodo e insensato e se ne andò a casa. Tra i fumi di un sogno presto scordato, fatto di numeri e sensazioni, trovò l’idea di un carro spinto da un generatore di vento e di una cassa al cui interno era sempre freddo.

Non si videro più per mesi. Nessuno dei due ne sentì il bisogno, avendo già un pezzo dell’altro dentro di sé. I primi giorni furono faticosi per entrambi. Klaus, guardando i fiori che sporgevano dai balconi, doveva affannarsi a non pensare alla loro vita vegetale e alle condizioni della loro evoluzione; piuttosto si doveva ripetere che fosse splendidamente insolita l’esistenza di un fiore blu e interrogarsi su un mondo senza fiori, o fatto solo di fiori. Johannes doveva guardare il suo branco di animali di cartapesta, che ora sonnecchiavano in un minuscolo recinto sul suo bancone, e apprezzare le qualità costruttive del materiale o esaltare la follia creatrice dell’uomo, che conteneva in una cosetta piccola e inanimata la vastità del respiro delle pecore. Ricordiamoci, però, dell’acume dei due amici – alchimisti non si diventa per sbaglio. Dopo qualche tempo, il pezzo di Johannes dentro Klaus lievitò come un vento in espansione, distruggendo i cunicoli e i rinforzi della sua mente. Il pezzo di Klaus dentro Johannes cominciò a pensare per sé stesso e a piazzare tubi e ingranaggi in una testa fatta di cielo e colline.

Fu un periodo bizzarro. Tutti in città sapevano che la situazione si sarebbe gonfiata fino a esplodere, ma, finché non lo faceva, tutto proseguiva come sempre: se c’era da alleggerire i carichi bisognava andare da Johannes e se c’era da riparare qualche marchingegno bisognava rivolgersi a Klaus. A  volte, però, Johannes preferiva far andare più veloce i carri piuttosto che alleggerire i carichi – più peso equivale a più sicurezza, diceva, e poi aveva smania di provare su strada la sua nuova invenzione; Klaus, invece, si assentava fin troppo spesso dalla bottega e giravano voci che stesse rotolando fino a un regno straniero o che avesse deciso di tendere un filo tra il picco di un monte e l’altro per camminarci sopra. I marchingegni di Klaus cominciarono a marcire, mentre le strade erano dominate dai carri inventati da Johannes e la gente conservava le provviste nelle sue casse fredde. La bottega di Klaus era in uno stato di disordine terribile, ma aveva smesso di scricchiolare minacciando il collasso. Johannes faticava a ogni passo, con un’espressione arcigna montata in viso; Klaus sorrideva, sfuggente come un gatto.

Il culmine fu il sesto mese. In città non c’era più modo di alleggerire o appesantire nulla. I due alchimisti rifiutavano tutte le richieste, ma evitavano sempre la cocente verità: non erano più in grado di farlo. Nonostante questo, Johannes riuscì a riparare i marchingegni di Klaus e a portare a termine le sue ricerche sul materiale che era sia marmo che ferro che calce (fu una visione maestosa: una città di montacarichi e refrigeratori, di carri a vento, acqua corrente e palazzi indistruttibili). Klaus, dal canto suo, riuscì nell’unica impresa assurda che aveva in passato sconfitto Johannes: convinse una marmaglia di asini di essere cavalli. Loro crebbero, divennero più forti e cambiarono colore. Poi li attaccò a un macigno e glielo fece trascinare fino al tempio, mentre lui camminava sul naso di fianco a loro. Lì trovò, cupissimo, Johannes con una piuma sulle gambe. Era il tramonto.

«Ero amico di questa piuma» iniziò Johannes, «ora non mi parla più.» Il marmo dove sedeva era piegato e crepato.

«Questo è un macigno come un altro» disse Klaus, mentre lo slegava dai cavalli, lasciandoli liberi, «ma mi sembra di conoscerlo da una vita.» Per un momento, a Klaus sembrò che Johannes fosse talmente lontano da non poter sentire. «Mi ha chiesto di volare» continuò.

I due stettero in silenzio per un po’. Si chiesero se fosse stata veramente la sfida ad averli spinti fino a quel punto. Klaus aveva iniziato per spirito di indagine. La leggerezza era un altro mistero del mondo, uno che fino a quel momento non s’era curato di sviscerare – questo rendeva la sua conoscenza incompleta, e l’ossessione per il sapere l’aveva spinto a diventare Johannes. Ma ora sapeva solo di essere leggero. L’idea della conoscenza non lo entusiasmava affatto. Gli stava bene così.

Johannes l’aveva presa come una delle sue imprese. Ormai quelle imprese gli sembravano storie che aveva sentito raccontare da qualcun altro. Eppure senza di lui non ci sarebbero stati carri a vento e refrigeratori. Gli sembrava assurdo che non l’avesse fatto prima. La gran parte della sua vita sapeva di spreco, era qualcosa di distante e avariato. «Pensavo che si potesse essere pesanti senza smettere di essere leggeri,» confessò Johannes quando era da tempo giunta la notte «e che si potesse essere leggeri senza smettere di essere pesanti.» Prese fiato, poi continuò: «Pensavo che essere entrambi non fosse solo prerogativa dei bambini, e che così avrei trovato una cura al tuo malessere. Ora so che quel male è naturale, quando si vedono le cose in un certo modo. So anche che questi sono gli occhi giusti a creare e a migliorare il mondo.»

Klaus lo fissò, dondolando in maniera goffa ma elegante. «Ma ora io so che dedurre e inventare ha tanto valore quanto convincere gli asini che sono cavalli, o camminare sulle mani.» disse.

«Non è così» rispose Johannes.

«Non puoi più capirlo» chiuse Klaus.

Era quasi l’alba quando Johannes smise di fissare la piuma. Era un’assurdità che quella piuma esistesse. Una piuma era complessità senza pari, era il frutto di un miliardo e ancora un miliardo di interazioni, era costituita da parti infinite, ed era a sua volta una parte funzionale di un mondo che rispetto a lei era infinito.

Klaus accarezzava il macigno. Voleva volare, quindi gliel’avrebbe consentito: ecco tutto. Nascere sulla terra non è una condanna a non avere mai il cielo.

Con qualche parola pronunciata a mezza bocca, un tocco misurato e una goccia di chissà cosa, la piuma piombò al suolo e cominciò a scavare un buco, poi un cratere. Era contenta di essere la prima della sua specie a pesare quanto un macigno, ma Johannes non poteva più sentirla esultare e ringraziarlo.

Con qualche tocco danzante, spruzzata di polvere e rovesciata di alambicco, il macigno prese a volare, sorrise e, dopo qualche momento di indugio, cominciò a fidarsi del vento. Klaus lo salutò, mentre spariva oltre la soglia della notte.

Immediatamente Johannes precipitò a terra accanto alla piuma, pressato da un peso irragionevole. Affannato, bruciante,  cominciò a trascinarsi avanti, la terra sotto le unghie e il cervello che minacciava di bucargli il cranio. Alzò il capo, terrorizzato, per vedere Klaus che veniva trasportato via, inconsistente, dove dettava l’aria. Il loro ultimo sguardo fu uno di sgomento e nostalgia.

Da quel momento è passato un decennio. I loro marchingegni si sono inceppati e sono diventati storielle d’infanzia. I tre nuovi metalli sono spariti dal mondo: solo il materiale che è sia marmo che ferro che calce continua a sopravvivere nei palazzi della città.

In questi anni c’è chi dice di aver incontrato Johannes e di avergli offerto un po’ di cibo e di acqua. Si trascinava avanti, ancora schiacciato a terra dal suo stesso peso, perso in un lungo pellegrinaggio di cui non aveva intenzione di condividere la meta. In terre lontane, invece, si vocifera di un alchimista volante, che dal cielo farnetica di un amico in grado di riportarlo a terra.

Da qualche tempo, a dire il vero, si parla di un grande impero a sud-est. Gli esploratori e i mercanti riportano storie di torri di vetro, carri ad aria, giardini incapaci di avvizzire e mari che scorrono nel cielo. Si dice che sia popolato di eccezionali pensatori. Molti dicono di averne invidiato la vitalità. Uno dei grandi storiografi dei nostri tempi ne parla come di “uomini che hanno afferrato una verità fondamentale che sta al cuore delle cose” e che “ritenendo complessità e frivolezza una cosa sola, non hanno più bisogno di aver paura”. Tutti quelli che visitano l’impero tornano canticchiando un motivetto. Molti nella città alle pendici del pendio hanno la vaga sensazione di averlo già sentito. Qualcuno lo replica istintivamente bussando sulle porte. C’è un gran fermento tra montacarichi arrugginiti e refrigeratori ormai tiepidi: si attende un ritorno.

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