Goccia

Goccia
Una piccola gocciolina che pende dal bordo di una panchina in metallo arrugginito sembra salutarmi con il suo lento e dolce molleggiare gelatinoso.
Chissà se cadrà.
I miei occhi si spostano sullo schermo arancione sgraziatamente crepato nell’angolo in alto a destra; i canyon tracciati dalla mano malferma di un bambino segnano lo schermo, solchi di una mano vandala, tranciano a metà il numero del bus in arrivo: 99.
Sto ascoltando passivamente And The Radio Plays.
«Scusi, l’8 passa da qua?»
Tremo per un non so, che si trova a volte a caso.
«Fra sei minuti»
Intanto arriva il 99 e decade ogni interesse per la conversazione fra la vecchietta che chiedeva dell’otto e non so più chi.
La gocciolina!
Guardo sotto la panchina?
Il 99 si è fermato.
Ci guardo? Solo un attimo.
Le porte si aprono.
Rinuncio.
Qualche notte fa ho visto un gattino sul davanzale della finestra della cucina. Era talmente bianco che sembrava brillare di luce propria. Ha grattato per diverso tempo alla finestra (almeno dieci minuti).
Volevo farlo entrare, ma sono allergico ai gatti, mortalmente.
Poi ha cominciato a piovere, quante goccioline sul vetro che correvano, come delle biglie su una spiaggia di vetro, senza crepe, non come lo schermo della stazione.
Il gattino si era bagnato tutto, era tutto grigio, spento. Aveva smesso anche di bussare.
Hanno bussato alla porta, non ho aperto, era sera tardi.
Che ho fatto con il gattino?
Sarà morto con tutta quella pioggia.
Ma che ci devo fare, sono allergico ai gatti.
Il ‘99 è anche l’anno in cui è morto mio nonno, mia madre lo ricorda sempre.
Mamma, mamma, mamma. Non la vedo da… sei mesi, o giù di lì.
Eravamo in casa mia, quella nuova, fuori dai rumori, lontana dal centro.
Le era piaciuta molto.
«Begli arredi, hai buon gusto. Hai scelto bene.»
«Grazie, mamma.»
«Ho fame.»
«È quasi pronto.»
«…»
«Cosa mi prepari di buono?»
«Pollo alla cacciatora, ricetta di famiglia!»
«Occhio, non scottarti col forno.»
«Sì tranquilla; presine della nonna! Hehe.»
«…»
«Il bagno dov’era? Lì in fondo?»
«Sulla sinistra.»
«Sì, sulla sinistra.»
«Grazie.»
«…»
Quando viene mia mamma ho sempre un po’ di ansia, notizie sulla famiglia, sì certo, ma mai buone.
C’è un bebè che piange sul 99.
Ecco una lacrima.
Boing, boing, vedi come rimbalza.
Goccia, sarai caduta?
Due lacrime!
Frigna, frigna, eccoti una bella tetta.
Succhiala e frigna!
Scie di lacrime cristalline, come pioggia che scorre, su quella pelle liscia liscia, come quella di mia sorella, quando eravamo piccoli su quel divano scassato, strappavo la gomma piuma da un buco, poi gliela mettevo in bocca, lei la mangiava e poi ridevamo, ancora e ancora.
Avevamo un gattino grigio di nome Pupa, spesso si faceva le unghie sul divano: è morto schiacciato da un’auto in una notte di luna piena.
E il gatto bianco? È morto anche lui. Certamente è morto.
Mi parla sempre di mia sorella, non può non parlarne.
«Ha tre figli ora, il terzo arriva a marzo.»
«A marzo? Oh, così presto.»
«Già.»
«Ma io non verrò.»
«Lo so.»
«Mi dispiace.»
«Non fa niente.»
«…»
«…»
«Tre figli.»
«Tuo fratello voleva sapere come stai.»
«Ha chiesto di me?»
«Sì.»
«…»
«Il pollo?»
«Ah! Sì sì, lo tiro fuori.»
«Occhio a non scottarti.»
«E… ecco fatto.»
Tre fermate.
Tanta gente che sale, poca che scende.
Ma non lo sentono il peso sulle ruote, ruote che gemono?
Il bebè non frigna più, la madre è stata munta.
Mungere: ricordo il fienile dei nonni in campagna; avevano le capre, delle mucche e noi le mungevamo. Michele no, lui no. Ma io ed Emilia sì, io e mia sorella sì.
Emilia mi spiegò perché usciva il latte dalle mammelle e mi fece provare con le sue.
«A me non esce vedi? Non esce! »
«Perché?»
«Son mica una vacca io!»
Ricordo che portai il petto di Emilia al mio naso e le dissi che la amavo.
Anche mia sorella mi disse che mi voleva bene.
È passata più della metà della mia vita da quando è successo.
«Com’è?»
«È… buono.»
«Ottimo.»
«…»
«…»
«Senti, tua sorella sta male. Non voleva che te lo dicessi.»
«…»
«…»
«E il piccolo?»
«Non sappiamo, stiamo aspettando gli esiti degli esami.»
«Non va bene.»
«No, per niente.»
«…»
«E’ abbastanza grave, Ettore sta muovendo mari e monti. Sono stati a Milano da qualche luminare. Tutti dei grandi stronzi.»
«…»
«Se peggiora così, non so quanto tempo avrà.»
«…»
«Sai … sappiamo entrambi come stanno le cose.»
«E come stanno le cose, mamma? Illuminami.»
«Non ti agitare.»
«Sono calmo, mamma.»
«…»
«Dimmi, come stanno le cose?»
«Tuo fratello … lui vuole riprovarci, sai, con tutto quello che è successo… e ora Emilia sta male. Tra qualche settimana la ricovereranno al Sant’Orsola per tenerla sotto controllo. Puoi andare a salutarla se ti va.»
«…»
«Simone…»
«…»
«Simone, ti prego.»
«Valuterò.»
Spettabile Signor Walter Guidi,
Volevo segnalarle un problema di grande rilevanza che rischia di mettere in pericolo l’incolumità di numerosi residenti del condominio di sua amministrazione in via XXX n°XXX sito in Bologna.
Nel corso dell’ultimo mese, ho avuto modo di notare che spesse volte nelle ore serali un uomo, di altezza e costituzione media, in abiti scuri e col viso coperto, si aggira nel cortile condominiale con fare sospetto.
Più volte ho notato che questa persona scrutava con attenzione le finestre degli appartamenti del nostro condominio, e credo che stia escogitando un modo per penetrare in una delle abitazioni con il favore delle tenebre.
Temo purtroppo che abbia puntato in particolar modo il mio appartamento, sito al quarto piano; so bene che data l’altezza alla quale si trova la mia abitazione, il rischio che un malintenzionato si introduca all’interno di essa scalando la facciata del palazzo sia trascurabile, eppure segnalo comunque che il malintenzionato che ho visto aggirarsi nel cortile negli ultimi tempi spesso portava con sé una corda e uno strano marchingegno (forse un rampino).
Spero che possa provvedere in qualunque modo per scongiurare ogni tentativo di violare la sacralità dei nostri privati domicili da parte di questi malintenzionati e che si possa risolvere il problema al più presto.
Distinti saluti,
Simone Bertazzi.
Emilia ha questa risata così contagiosa, calda, morbida, non ho mai sentito nessuno ridere così. È una musica, un’armonia, un invito.
Rise tantissimo, avevamo quindici anni quando andammo per la prima volta sul tetto della chiesa del paese dei nonni.
«Guarda quante stelle.»
«Aspetta, mi sistemo qua.»
«Ecco… sì.»
«Ma com’è che qua nessuno…?»
«E che ne so.»
«Cioè, non viene nessuno?»
«Nessuno, nessuno, nessuno!»
«Dai! Smettila di farmi il solletico!»
«E va bene! Guardiamo le stelle.»
«…»
«…»
«Quello è Orione?»
«Ma scusa, tu mi porti a vedere le stelle e non lo sai?»
«Beh…»
«Ignorante! Sei un grande ignorante Simo!»
«Un grande ignorante, davvero.»
«…»
«Ti amo.»
«Lo so.»
Ridemmo per le forme delle stelle, lei voleva ridere.
E la facevo ridere sbagliando i nomi delle costellazioni: “Lo storione”, “I fessi”, “L’assaggiatore”.
Rideva per cose stupide, tanto stupide. Ride ancora? Chi lo sa.
La baciai mentre era distratta, lei non si sottrasse, ricordo che i suoi occhi ridevano.
Poi, gli angoli della sua bocca storti, il vento che si fermò per farmi sentire le sue parole:
«Simone, sai che dobbiamo andare avanti.»
«Avanti, avanti, avanti. Sempre avanti! Perché non indietro?»
Le toccai la coscia con la mano, non si oppose.
Avanti. Avanti. Avanti.
Giù. Giù. Giù.
Tanto solletico, alla fine rise, rise di tutto, rise fino alle lacrime: ricordo quella lacrima che pendeva dal suo fianco bruno, nudo, argentato alla luce della luna. Sarà caduta? Penso di si. Certamente sì.
Spettabile Signor Walter Guidi,
Vorrei segnalarle un altro fatto strano e alquanto preoccupante: riguarda la mia corrispondenza.
Come ben sa al piano terra del condominio sito in via XXX n°XXX (BO) vi sono le cassette postali degli inquilini: una cassetta per appartamento.
Deve sapere che io ricevo molta corrispondenza e sono abbonato a diverse riviste: ebbene, negli ultimi mesi ho notato un ammanco e ho avuto subito dei fondati sospetti che qualcuno avesse avuto accesso alla mia posta, copiando in qualche modo la chiave o forzando la cassetta senza lasciare traccia (ovviamente).
Ecco, ho il sospetto che l’inquilino del terzo piano, il signor Filippo Orlandi, sia riuscito in qualche modo a forzare la mia cassetta delle lettere per sottrarmi alcune riviste e soprattutto alcune lettere.
Ho provato ad affrontare la cosa con il signor Orlandi, ma egli decide sempre di liquidarmi con una scusa per poi rinchiudersi in casa, rifiutandosi di rispondere ai miei giusti solleciti.
Prima di rivolgermi alla polizia, volevo confrontarmi con lei, in quanto amministratore di condominio; non voglio causare più incomodi di quanto questa incresciosa situazione non causi; inoltre, non ho interesse nel veder finire in galera un povero vecchio, che probabilmente fa tutto questo per noia, o per probabile demenza senile.
Le sarei grato se riuscisse a contattare il signor Orlandi e gli intimasse di restituirmi quanto mi ha illegalmente sottratto.
Concludo riferendole che l’uomo misterioso, che le ho segnalato alcune settimane fa, si è ripresentato, questa volta dall’ingresso posteriore in via YYY. In pieno giorno, per giunta! Era seduto su una panchina ai margini della piazzetta antistante la facciata posteriore del palazzo.
E’ stato lì per diversi minuti, credo venti, poi l’ho perso di vista, ed è tornato la sera, rimanendo seduto nello stesso punto per almeno un’ora.
Le chiedo gentilmente di fare qualcosa a riguardo.
Grazie per l’attenzione.
Distinti saluti,
Simone Bertazzi
Manca una sola fermata.
A volte la vita è bellissima finché non arriva un attimo.
Ora è salito sul bus un ragazzo nero; non ha il biglietto, è palese, si muove nervoso. Ma è salito anche il controllore, e tra poco lo beccherà. Manca una sola fermata all’ospedale. Cinque, forse sei minuti?
Braccato come un animale ferito, che lascia una scia sospetta di sangue; una traccia che il controllore, evidentemente, fiuta.
Come tutti gli animali braccati, il ragazzo reagisce d’istinto e cerca di forzare le porte del bus. Fallisce.
Il controllore chiede generalità, documenti; si becca una gomitata in pieno visto.
Il mondo è violento, e non punisce solo gli ingiusti.
Punisce tutti, anche chi segue le regole.
Distribuisce dolori, a destra e a manca.
Essere responsabili o meno cambia poco.
Il mondo non ha occhi e non ha una bilancia per pesare i nostri cuori.
Una goccia di sangue scorre lungo il viso pallido del controllore, a terra. È caduta, espandendosi in un piccolo stagno di sangue: altre gocce la seguono, lo stagno diviene un lago, poi un piccolo mare, e poi… poi arriva la polizia, ovviamente, e il bus ritarda di venti minuti.
Mia sorella però non può aspettare.
Nei rivoli di sangue si confonde la tuta dei barellieri, i colori dell’ambulanza, i suoni meccanici delle voci degli agenti, il monotono brusio della gente al quale sono abituato.
«Negro assassino!»
«Colpevole!»
«Hahaha!»
«Tu cosa avresti fatto?»
«Io? L’avrei preso a calci!»
«ALZATI!»
Mi alzo.
«SIEDITI, BRUTTO COGLIONE!»
Mi siedo.
«CAZZO, MA SEI PROPRIO UN COGLIONE! ALZA IL CULO!»
Mi alzo di nuovo.
«Sei un inutile sacco di merda.»
«Ti amo.»
«Anch’io ti voglio bene.»
«Signore, c’è qualche problema? »
«Come?»
«NON RISPONDERE.»
«C’è qualche problema?»
«…»
«Signore?»
«Sì? Uhm, no, no, sto bene, solo …»
«Abbia un po’ di pazienza, sa, con quello che è successo…»
«Sì capisco, capisco.»
I rumori di quella sera erano lontani, lievi, i nuovi infissi facevano il loro lavoro.
Era pomeriggio e bussarono alla porta.
Il mio cagnolino, Bruno, drizzò le orecchie e abbaiò; provai a placarlo lanciandogli uno snack, ma fu del tutto inefficace.
«Chi è?»
«Posta.»
«…»
«NON RISPONDERE.»
«Mi scusi per l’orario, ma c’è stato un disguido con l’indirizzo.»
«…»
«STA MENTENDO.»
«E la cassetta sotto… non so com’è ma non ci entra più niente… forse andrebbe svuotata.»
«…»
«BUGIARDO PERICOLOSO! »
«Signor Bertazzi? Tutto bene?»
«…»
«Uhm, mi scusi se l’ho disturbata ma la sua cassetta è piena e non volevo incomodarla lasciandole l’avviso…»
«La può infilare sotto la porta, grazie mille.»
«Ok, va bene…»
«…»
«Ecco fatto, arrivederci!»
Una consegna di pomeriggio. Molto sospetto.
L’ennesima lettera frignona di mio fratello? Probabile, pensai, ma diamo un’occhiata:
Caro Simone,
Ti scrivo questa lettera per supplicarti, per l’ennesima volta, di rispondermi.
Ormai non ce la facciamo più, questa situazione deve finire; la mamma è stanca e addolorata, e io sono stufo di ripeterti che ti perdono, ti abbiamo perdonato tutti, anche Emilia.
Ma ora mi sembra che tu voglia farcela pagare, fino all’ultimo centesimo; ti ricordo, che non siamo stati noi a ferirti per primi, e ti abbiamo mostrato sempre solidarietà nonostante [cancellato] tutto quello che ti è successo.
Se non la smetterai con questa incessante indagine, inutile e folle, saremo costretti a prendere provvedimenti; anche Ettore la pensa come me e vorrebbe “agire”, se capisci cosa intendo.
Ti chiedo di smettere di indagare, non c’è veramente altro.
Emilia è semplicemente morta: è una tragedia, è orribile, io e mamma piangiamo tutte le sere.
Ma ora basta, basta con questo supplizio.
Ho informato un mio amico in polizia, se farai altri spropositi ne pagherai le conseguenze, cosa che nostra madre non ti ha mai fatto pagare.
Perché sei così? Perché hai smesso di –
Accartocciai la lettera, era inutile andare oltre. Un altro penoso tentativo di distrarmi, di confondermi. “Ho informato un amico in polizia”, come se dovesse spaventarmi, c’è molto di peggio al mondo; la polizia è solo una manifestazione del problema, un braccio armato della criminalità mondiale, della comunità scientifica deviata, della gente.
Fanno esperimenti sulle donne incinte, lo hanno fatto su nostra sorella, e loro piangono pure?
Mia sorella non è morta in quell’ospedale, nient’affatto. Ma immagino che mio fratello lo sapesse e scientemente ignorasse questo fatto; era ormai chiaro che la mia famiglia si era votata allo scempio che sta accadendo in questo paese, in tutto il mondo.
Non posso essere l’unico a saperlo. Certo che no, sicuramente no.
Signor Walter Guidi,
Le scrivo ancora poiché credo che la situazione stia degenerando sempre di più, e credo che le mie lettere non le stiano arrivando, questo per via del nefasto operato di Orlandi, che finalmente ha confessato.
Questa mattina ho colto l’inquilino del terzo piano nell’atto di mettere mano alla mia casella postale; ha negato, ovviamente, ma poco m’importava: mi sono fatto accompagnare in casa sua e una volta dentro ho confermato i miei sospetti: aveva davvero rubato la mia corrispondenza, assieme a diversi pacchi, presumibilmente di altri inquilini.
Ammetto di aver forzato la mano e di aver “intimato” all’Orlandi di dirmi il perché delle sue azioni: mi ha rifilato una ricetta medica (finta con ogni probabilità), un paio di scuse poco plausibili riguardo alla morte di sua moglie (della quale non si è saputo nulla) e del trauma successivo alla dipartita della sua amata Margherita.
L’appartamento del signor Orlandi si presenta come ricolmo di ciarpame, sporcizia, disordine: un vero disastro, come amministratore interverrei.
Comprendo che lei non abbia ricevuto le mie lettere: nonostante Orlandi non abbia ammesso di aver rubato le lettere a lei destinate, ma solo riviste e quant’altro, ho notato una quantità sospetta di cenere nel camino.
Sul perché abbia bruciato le lettere, le spiegherò di persona, non voglio lasciare qui indizi che potrebbero portare le autorità occulte a sopprimere la mia missiva.
Per quanto riguarda la figura misteriosa, credo di essermi sbagliato sulla natura delle sue intenzioni: ritengo che non abbia puntato il mio appartamento, ma quello accanto al mio, dove risiede una giovane coppia: il signor Vito Grandi e la signora Fabia Vitale. La signora Vitale è incinta, pochi mesi, e temo che il malintenzionato vorrà introdursi proprio in quella casa e approfittare dello stato interessante della signora per scopi che, anche qui, specificherò una volta che avremo fissato un incontro insieme.
Le ho fatto avere questa lettera e un breve riassunto delle altre due precedenti missive, in maniera non ufficiale, tramite una persona fidata.
Spero che finalmente si possa far luce su questa faccenda.
Un caro saluto,
Simone Bertazzi
Strano inviare lettere di questi tempi: la prima volta non ricordavo più nemmeno come si faceva.
Inviare una lettera è una di quelle cose che ci hanno insegnato da piccoli e che abbiamo dimenticato, come molte altre.
Ricordo il traffico di una via del centro, l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, andavo alle elementari; macchine su macchine, pedoni che si stringevano nei loro cappotti, barboni ignorati persino dal vento.
E noi, scolaresca in marcia verso una stereotipatissima casella postale rossa.
La maestra ci disse di imbucare la letterina a Babbo Natale: avvertii un gelo nel sentire il tonfo della carta su altra carta, sembrava un’eco di un urlo di terrore.
Scoprii quella sera stessa che Babbo Natale non esisteva: avevo nove anni.
Mia sorella Emilia lo sapeva da tempo, Michele non ci aveva mai creduto.
«Ma allora… i video… le foto!»
«Era solo papà, solo papaà!»
«Ma aveva detto che… che… che usciva…»
«Sì, ma era una bugia, una bugia per farci contenti.»
«Ma- ma- ma voi ridevate! Eravate contenti di vedere Babbo Natale. Ci credevate anche voi! Anche Michele, la sua faccia… »
«No, noi lo sapevamo, ma resta bello comunque, no?»
Emilia è morta, questo è quello che vogliono farmi credere.
La mia famiglia mi ha imposto molte cose: mi ha imposto cosa fare, cosa non fare, cosa evitare, in che dio credere, in che lingua parlare, in che tempo vivere.
Mi hanno imposto di tenere un cane sempre con me, un cane addestrato ad andare incontro alle persone, per “aiutarmi” a distinguere quello che è “vero” da quello che secondo loro non lo è.
Mi hanno imposto le verità in cui credere.
Un cane da guardia, un carceriere. Me ne sono sbarazzato.
E come immaginavo poi, era tutto vero quello che avevo visto. Orlandi che mi ruba le lettere, per esempio, e l’amministratore di condominio segretamente in combutta con mio fratello, lo ricordo benissimo, mentre cammino per queste vie lontane dai rumori, dal bus fermo pieno di poliziotti.
Emilia mi aspetta.
«Pronto?»
«Pronto, signor Bertazzi, sono Walter.»
«Ah, buongiorno signor Guidi, come sta?»
«Bene, bene. Senta, possiamo incontrarci quest’oggi? Ho ricevuto le sue lettere, sono preoccupanti.»
«Ah, sì sì sì, guardi, finisco di lavorare attorno alle 18, possiamo incontrarci dopo, se le va.»
«Sì, assolutamente, ecco… facciamo per le 18:30 al bar ZZZ quello in via WWW, sa dov’è?»
«Certo, certo. Grazie, grazie mille, è davvero preoccupante questa situazione.»
«Concordo. Allora, a dopo… Simone.»
«Grazie, a dopo, signor Guidi.»
Quel giorno ricordo bene che ascoltavo Il re del mondo, confortato dal fatto che qualcuno mi avrebbe finalmente ascoltato, qualcuno lontano dalle grinfie di mio fratello.
Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero.
Il signor Guidi si presentò con ben due minuti d’anticipo, io ero già seduto al tavolo che avevo scelto, all’esterno, ma più verso il bar, meno esposto al viavai del traffico, del brusio della gente, del rumore.
Notai subito che Guidi era in compagnia di un’altra persona, che mi presentò come tale “Signor Marangio”.
«Ho assunto l’investigatore Marangio per fare luce su quanto lei ha fatto emergere dalle sue personali “indagini”, ecco. Da quanto si evince dalle sue lettere, sembra che ci sia in atto una sorta di persecuzione, di schema criminoso ai suoi danni, giusto?»
«Non proprio. Io sono coinvolto, certo, ma soprattutto la signora Vitali e il signor Grandi, sì, loro saranno le vittime principali.»
«E perché sarebbe così? In che modo c’entra il signor Orlandi? »
«C’entra, ma lasci che cominci dal principio: circa cinque mesi fa è venuta a mancare mia sorella, proprio verso l’inizio di quest’anno.»
«…»
«…»
«Ecco, so che sembra strano, ma tutto questo è collegato: era incinta, figlio maschio, e avrebbe dovuto partorire a marzo, se solo una malattia fulminante non l’avesse… uccisa.»
«Mi spiace.»
«Condoglianze, signor Bertazzi.»
«Grazie, signor Guidi, grazie, signor Marangio. Dicevo: questa morte improvvisa di mia sorella è alquanto sospetta. Considerate che suo marito, Ettore Francesco, possiede alcune strutture mediche, cliniche private per la chirurgia estetica, principalmente, ma anche di medicina … abortiva, non sono certo che si chiami così, e gestisce anche un paio di RSA importanti.»
«E quindi?»
«Beh ecco, sa, allargare una famiglia è sempre difficile, e questa malattia fulminante, non so, comunque, ecco… Ettore è una persona con molte connessioni e molti interessi scientifici poco ortodossi. Durante diverse cene, ad esempio, aveva spesso espresso opinioni filo-naziste per quanto concerne l’eugenetica. Nel senso, ricordo che disse una volta: ‘Perché far nascere questi bambini malati ora che possiamo alterare il genoma umano?’. C’è chi lo chiamerebbe visionario, sì, è una persona molto sveglia, fuor di dubbio, ma temo che stia conducendo nelle sue strutture private degli esperimenti sui feti. Sembra assurdo ma è così.»
«…»
«Certo, sarebbe gravissimo se fosse vero. Sa, mia mamma è residente in una delle sue RSA…»
«Signor Marangio, vede bene quanto sia seria la situazione.»
«Vedo, vedo. E questo, mi scusi, cosa c’entrerebbe con… la sua “entrata forzosa” nel domicilio dell’Orlandi?»
«Entrata forzosa? Lei non capisce, io dovevo recuperare la mia…»
«Sì. Mi scusi signor Bertazzi, la fermo subito, questa follia è andata avanti per troppo tempo. Ho ricevuto le sue lettere, sì, quelle originali, oltre al suo riassunto-rapporto. E sì, non ho risposto sotto consiglio di suo fratello, che mi ha contattato alcuni mesi fa in seguito alla sua prima entrata forzosa in casa del signor Orlandi, a pochi giorni dalla morte di sua moglie. Mi ha spiegato la situazione.»
«…»
«…»
«Ecco, allora mi lasci chiarire le cose, Bertazzi: lei non sta bene. All’inizio ho preso sul serio quanto mi aveva riferito riguardo all’uomo misterioso, in quanto un’altra inquilina del suo stesso palazzo mi aveva detto di aver visto delle cose simili, ma poi abbiamo scoperto trattarsi di un ospite della signora del piano di sotto, nessuno di cui preoccuparsi. So anche che lei aveva un cane, gliel’avevano assegnato perché lei distinguesse chiaramente le persone vere da quelle delle allucinazioni provocate dalla sua condizione, come mi ha detto suo fratello. Immagino che il cane, ecco… se ne sia disfatto.»
«…»
«…»
«Ora, signor Bertazzi, lei ha commesso un crimine già una prima volta introducendosi nell’abitazione del signor Orlandi, ma abbiamo deciso di tenere questa cosa inter nos, date anche le precarie condizioni dell’Orlandi in seguito alla morte di sua moglie, fatto che lei non poteva non conoscere, dato che ha contribuito alle spese dei fiori per i funerali della compianta Margherita Manili. Il signor Orlandi dalla morte di sua moglie ha sviluppato una certa condizione medica, accumula diverse cose in casa sua e ne sono a conoscenza, visto che mi ha pregato di aiutarlo. Tra l’altro, nonostante i numerosi avvisi che le ho inviato, non ha provveduto a svuotare la sua vecchia casella postale, dove continua a ricevere posta; non so per quale motivo lei non abbia accettato di ricevere corrispondenza dalla casella sull’altro lato del muro, ma non importa. Quello che mi importa, signor Bertazzi è che lei non importuni mai più gli inquilini del mio palazzo, specie il signor Orlandi.»
«Lei fa nascondere della droga nell’appartamento dell’Orlandi, non è vero?»
«…»
«Signor Guidi…»
«…»
«Avanti, lo ammetta.»
«Lei è completamente marcio. Cosa diavolo significa questo?»
«L’ho notato dalle sue pupille, molto dilatate, e dall’energia con cui arriva alle riunioni condominiali. Fino a tarda sera lei resta sempre arzillo, lucido, vivace. E poi vedo come talvolta, quando non crede di essere visto, muove la mascella. Ho visto diversi pacchi in casa di Orlandi, medicine, prescrizioni mediche, e dei pacchetti sospetti in un angolo. Lei usa quell’appartamento come magazzino per la droga.»
«Simone… io non volevo crederci. Lei mi è sempre sembrato una persona per bene, molto riservata, attenta… ma suo fratello aveva ragione. Sono costretto a procedere per vie legali.»
«…»
«Va bene, signor Guidi. Mi spiace che la veda così.»
«Vuole farci del male.»
«Il cane, bau bau.»
«Quante gocce di sudore!»
«Droga, droga, droga!»
«Colpevole!»
«VATTENE.»
Mi alzai in piedi, me ne andai senza aggiungere altro, mi hanno registrato? Probabilmente sì, certamente sì. Marionette nelle mani di Ettore e Michele. Che mio fratello sia coinvolto nell’esperimento, o sia solo una vittima della manipolazione?
La gente mi guarda; la gente sa.
Finalmente appare il Sant’Orsola, dopo un viaggio così travagliato.
Emilia, Emilia, Emilia. Dove ti avranno nascosta questa volta?
Pattuglia della polizia. Evitata.
C’è un tizio della sicurezza ora alla reception: scruta tutti con molta attenzione.
«Salve.»
«Salve, mi dica?»
«Sì, sono qui per portare alcune cose a Maurizia Bianchi.»
«Lei è un amico, un familiare?»
«Uhm, sono un collega del figlio, Alberto Zanzi, dovrebbe essere qui.»
«Un secondo.»
Il tipo della reception mi scruta con attenzione, guarda il mio zainetto.
«Signore, le spiace se dò un’occhiata?»
«Nessun problema.»
«Signore, mi dà un documento per piacere?»
«Certamente, prego.»
«…»
Rovista, rovista pure, troverai solo vecchi maglioni, rotoli di cotone e un uncinetto.
«Grazie.»
«Si figuri.»
«Signor Luca De Paoli, nato a Pescara il…? »
«Sette maggio 1993.»
«Okay, bene allora… le dico subito dove trovare la signora Bianchi.»
Vago per i padiglioni, potrei persino perdermi se non sapessi dove sto andando; ma lo so bene, sono già stato qui, sotto altre spoglie, ovviamente.
Trovata la stanza che mi interessa, mi imbatto subito in un uomo, stravolto dal sonno, accasciato su una sedia.
«Alberto, ciao sono io, tutto bene?»
«Uh? Ah, sì, sì, sì ciao… Simo?»
«Sono io.»
«Ma come ti sei conciato?»
«Lasciamo stare, è da stamattina che sono conciato così, sai com’è, cosplay.»
«Davvero? Cosplay? Non lo sapevo.»
«Ho cominciato da poco, sto mettendo su un profilo sui social con degli amici. Poi ti spiego. Ho portato quello che serviva a tua mamma e a te.»
«Oddio, grazie mille, sei stato rapidissimo.»
«Figurati, come sta?»
«Eh.»
«…»
«Non bene.»
«Mi spiace.»
«…»
«Comunque, ti ho portato quella cosa.»
«Grazie, stavo morendo senza… mi spiace per questo inconveniente, ma non avevo nessun altro a cui rivolgermi.»
«Figurati, ehi, d’altra parte ti dovevo un favore.»
«Sì, giusto, beh, è stato più facile e meno rischioso per me.»
«Non fa niente, per un amico questo e altro. Oh mi raccomando, acqua in bocca.»
«Certo. Sì- ecco, grazie, Simone.»
«Ci vediamo.»
Zanzi è uno fidato, lo è sempre stato, è un mago al PC e fa dei documenti falsi che sono uno spettacolo; per qualche grammo di coca fa questo e altro, e poi siamo amici, non mi tradirà, ha molto da perdere. Ho usato il nome di mio padre, quel nome orrendo, e un volto nuovo. Zanzi era strafatto quando gli ho dato le foto, non si è accorto del trucco, e non mi ha quasi riconosciuto.
Forse la gente non è arrivata a lui, troppo furbo, ha visto anche lui cosa c’è dietro.
Ora posso concentrarmi sulla ricerca di Emilia: è qui, in questo reparto.
La prima volta che venni, mesi fa, era in questo corridoio. L’hanno spostata, certamente, dal seminterrato, la tengono in vita, così come suo figlio.
Ho già provato altri reparti sotto altre spoglie; provai anche a insistere una volta, senza travestimenti, ma non ho avuto successo. Mi hanno cacciato malamente. Forse sospettano che qualcuno tenti di infiltrarsi, ma non importa, non importa affatto.
Allora dove potrebbe trovarsi? Se non è qui, dov’è?
Devo muovermi senza dare nell’occhio e ho giusto quello che mi serve.
«Alberto, posso usare un attimo il bagno qui?»
«Uhm, sì, immagino di sì… fai in fretta però, sai, devo…»
«Nessun problema, faccio subito.»
Entro nel bagno che sa di gel per le mani misto a urina. Apro lo zaino, scucio la parete intermedia fra le due tasche, ne traggo dei calzari di plastica blu e un camice da infermiere. Un lavoro certosino, frutto di mesi di lavoro. Ho portato con me anche una cuffia e una mascherina, tutto a regola d’arte.
L’ospedale è sempre un luogo affollato, nessuno fa domande, basta muoversi di fretta.
Passo in rassegna tante facce, tante occhiaie, sento tante preghiere, un mormorio ipnotico misto alle urla di dolore, i singhiozzi di qualcuno che perde una persona cara.
Se esiste l’inferno, questo è uno dei suoi gironi.
«Ti prego mio Signore, ti prego, un altro anno, solo un altro anno.»
«Per mia figlia, fallo per mia figlia.»
«La spada… son venuto qui per portare la spada…»
«Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…»
«Dio quanto ci mettono! Quanto ci mettono!»
«Come sarà crescere senza di te? Invecchiando da solo.»
«Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?»
«Sono semplicemente nell’altra stanza.»
«CHIESA.»
Seguo le indicazioni che portano alla cappella. È un luogo disadorno, non c’è nessuno. Di questi tempi la preghiera è privata, sigillata nei dolori sempre più intimi di chi ancora crede.
Non ho più alcuna idea su Dio, credo solo che esista, ma la sua esistenza mi è completamente indifferente: Dio non mi è più caro della stella più vicina al sistema solare, un’entità tanto potente quanto incomprensibilmente astratta.
In questo piccolo luogo gli esseri umani sperano di trovare Dio: come se sezionare razionalmente un prato in aree perfettamente uguali possa portare a trovare quel che sotto terra non c’è mai stato: diamanti, ricchezza, vita.
Una ragazza si sfaccenda a tenere le candele accese, la cera lontana dal pavimento, e piange, singhiozza, il suo abito da suora tradisce una bellezza mediterranea, curve che a malapena possono essere contenute nella castità.
«Cosa c’è, sorella?»
I singhiozzi continuano a straziarle il petto, il velo trema, vacilla, ricade indietro e la vedo: Emilia.
Mi sono chiesto per mesi cosa le avrei detto quando l’avrei rivista; la mia testa si è affollata dei contesti più assurdi, ora un laboratorio, la sua pelle gialla illuminata dal neon, il sangue ovunque, corpi ammassati, la RSA di Ettore, lo studio da avvocato di mio fratello, la casa dei miei nonni, il tetto di unachiesa di campagna. Cosa dirle ora, che si trovava di fronte a me?
«Emilia…»
Solo questo mi riesce di dirle, il nome che le appartiene, come se saperlo sentito dalle sue orecchie lo rendesse un nome ancora vivo, una parola non morta.
«Emilia… cosa ti hanno fatto?»
«Perdonami, signore per i miei peccati…»
«Non dire così, non…»
«Perché peccando ho meritato i tuoi castighi…»
L’atto di dolore, nostra madre ce lo faceva recitare ogni volta che tornavamo dalle campagne, dai parchi, ogni volta che ci amavamo, tutto questo prima che Emilia andasse “avanti”.
«Ma molto di più perché ho offeso te, infinitamente buono…»
«…»
«Degno di essere amato sopra ogni cosa…»
«Andiamo a casa, andiamo dagli altri. Loro devono sapere. Devono sapere che non mi sono sbagliato.»
«…»
«Emilia, sono io, Simone, è solo trucco il mio, lenti colorate, lascia perdere…»
«Propongo con il tuo santo aiuto di non peccare mai più…»
Una lacrima le scende dall’occhio sinistro, una lacrima rossa, come di sangue.
«Emilia, non stai bene. Ma ci sono io ora, va tutto bene!»
«…»
«Va tutto bene.»
«E di fuggire…»
«Ecco, sì, buona, buona, dammi la mano.»
«…le occasioni prossime di…»
«Dammi la mano!»
«…peccato…»
«DAMMI LA MANO!»
«Signore, misericordia! Perdonami.»
Emilia fugge e io la rincorro. Averla vista mi annebbia gli occhi: corro fra i corridoi affollati come fossero deserti, non esiste più nessuno.
I corridoi si snodano fra sfumature di un odioso verde pisello, celeste, blu carta da zucchero, bianco e ancora bianco, scale e sedie a rotelle, tanta tosse, molta tosse, gente che chiede spazio, gente che prega, camici che mi scrutano, orbite di occhi che mi fissano come se mi vedessero davvero, come se non fossero finti.
Ma Emilia no, lei è ancora vera. Non è ancora “gente”. La gente non esiste: è un brusio, il cicaleggio senza cicale, il volto senza persona.
L’ho persa. L’ho persa, dove diavolo sei?
Cammino circospetto in un corridoio semi-deserto; non c’è nessuno, o quasi, qualcuno passa, c’è un uomo alla macchinetta del caffè.
Sento un singhiozzo, poi un altro, poi un altro ancora, poi capisco: è la stanza dopo la macchinetta del caffè.
Entro piano, pianissimo, senza fare rumore, la porta del bagno è leggermente aperta: vedo Emilia, senza vestiti, senza veli.
«Emilia, torniamo a casa.»
«Mi ameresti lo stesso, se fossi così? »
«Ti amerei in tutti i modi.»
«Loro non volevano.»
«Possiamo fare quello che ci pare ora, siamo grandi abbastanza.»
La musica della sua risata rende tollerabile persino questa piatta luce al neon.
«Ricordi? Quando mi hai chiesto di sposarmi? L’anello era fatto…»
«…dei piccioli delle ciliegie, sì.»
«Vorrai sposarmi lo stesso?»
«Sì.»
«Mi amerai per sempre?»
«Sì.»
«…»
«…»
«Non credo, non sei tipo da promesse.»
«…»
«Sai cos’è successo il 15 marzo?»
«…»
«Mi hanno ucciso, e tu non c’eri.»
«No, io…»
«Mi hanno strappato la carne.»
«…»
«Mi hanno strappato mio figlio.»
«…»
«Mi hanno strappato la faccia.»
Emilia si volta lentamente, gocce di sangue la seguono come i macabri petali di rose lanciati sul tappeto della chiesa, inseguendo il velo della sposa, che sfugge alla gravità di questa terra: ha una lametta in mano che gronda petali di rosa.
Sotto non più la carne, ma rotelle, luci intermittenti, guaine, motori di avviamento, ingranaggi, cavi, fili, rame e gomma.
«Capisci? Mi hanno preso. Ettore mi ha fatto questo, perché non c’eri, Simone?»
«Non l’hai difesa.»
«Hai fallito.»
Emilia si avvicina, è nuda, è pallida.
«Avanti! Avanti! Avanti!»
Allarga le braccia. Profuma ancora di campagna.
«Mi ameresti se fossi così?»
«…»
«TI PIACCIO?»
«…»
«TI FACCIO SCHIFO.»
Emilia si getta su di me, la respingo: un ultimo sguardo al suo viso robotico e la terra trema, il viso di Emilia, quello sprazzo di cielo della mia memoria, è scomparso, la luce a neon muore, il mondo si contorce e la gente appare in ogni angolo.
Sono ovunque!
Ha vinto la gente, sono arrivato tardi.
Emilia urla, avvisa la gente, e la gente arriva.
Emilia è una di loro, forse lo era da prima, da quando diceva di andare avanti. Ettore l’ha cambiata, ma sapeva di non poter cambiare il figlio. E l’ha uccisa, ma lei è fuggita, solo che è tardi, è tardi, lei è gente ormai. E la gente non mi vuole vivo.
Corro a perdifiato per il corridoio, ora affollato delle facce della gente: chiamano aiuto perché sono coperto di sangue, ora capisco tutto. La gente mi era addosso sin dall’inizio, da quando ho litigato con mio fratello, da quando mio padre mi cacciò di casa: era tutto un piano per isolarmi ed Emilia era l’esca perfetta. Simulare la sua morte mi avrebbe fatto uscire allo scoperto.
E ora la gente può prendersi la sua vendetta su di me: ogni sguardo un allarme, i camici si sono messi in movimento, la gente si scosta al mio passaggio, lasciandomi correre verso la mia fine: quattro carabinieri con le pistole puntate.
«Michele, da dove vorresti che iniziassi? »
«Con lo spiegarmi cosa cazzo ti è saltato in mente! »
«…»
«Mi stai facendo saltare i nervi, Luca, sto cercando di essere paziente.»
«LASCIA STARE QUEL PEZZO DI MERDA! LASCIALO A ME! »
«Zitto, zitto, stai zitto! Oddio, santo Dio, se la sbriga Michele, zitto Angelo!»
«ZITTO UN CAZZO, QUELLO STRONZO LO AMMAZZO-»
«MAMMA! PAPÀ! Chiudete quella porta, perdio! CHIUDETELA! »
«…»
«…»
«Ti rendi conto di cosa cazzo hai fatto? »
«Volevate portarmela via per darla a lui.»
«Era il loro matrimonio! E tu hai rapito la sposa! Dio santissimo, cosa cazzo ti è venuto in mente!»
«È troppo giovane per lui.»
«Dio caro! Dio! Dio! Cosa cazzo vuol dire? Tre giorni, Luca. Tre giorni. Senza sapere dove eravate.»
«Non le ho fatto del male, non le ho fatto mancare nulla.»
«Luca… Cristo di un Dio, cosa cazzo vuol dire?»
«Emilia mi ama.»
«…»
«E io amo lei.»
«…»
«Solo… questo non vuole capirlo. Possiamo essere felici…»
«…»
«Non daremo fastidio a nessuno, a nessuno! Mai più, non ci sentirete mai più, promesso!»
«…»
«Vi supplico, fatela stare con me …»
«Tu lo sai che ha perso il bambino per colpa tua vero? Lo sai questo, Luca? O non lo sai? Lo sai che ha scelto di sposarsi con Ettore, non l’ha molestata, o violentata, o comprata, o altro? Lo sai, vero? Perché se non lo sai è bene che ora te lo imprima in quella testa malata che hai.»
«…»
«È tutta una vita che vi sto dietro: tua sorella ha fatto progressi, tu no. È tanto difficile non essere una testa di cazzo totale? È tanto difficile? Un problema dietro l’altro, Luca, uno dietro l’altro… »
«…»
«Ma ti abbiamo voluto bene, nonostante tutto, e anche se sapevo di te ed Emilia, ho pensato vi passasse. Invece no! E ho provato ribrezzo, è vero, ma vi ho capiti, vi ho voluto bene, vi voglio bene. Ma ora è troppo. Emilia ha scelto la sua strada, tu invece sei rimasto indietro. Sai cosa mi ha detto la tua psicologa?»
«…»
«Mi ha detto che le sembra che tu non prenda più i farmaci.»
«Non è vero, e poi tu… che ne sai? Perché hai parlato con lei? è gravissimo!»
«È LEI che ha parlato con me, Luca. Sono tre settimane che non vai in terapia. E quando ci sei andato eri fuori. F-U-O-R-I!»
«…»
«…»
«È stato Dio, è tutta colpa di Dio.»
«Luca… io sto cercando di farti ragionare, di dirti le cose con calma. Ma se tu non collabori…»
«Tu pensi che io sia malato? »
«…»
«AVANTI, RISPONDI!»
«Sì, sei malato. Ma ti voglio bene, con i miei figli sei stato eccezionale, non so come hai fatto, nonostante i tuoi problemi. Pensavo che fossi migliorato, che ti fossi… evoluto.»
«Evoluto. Migliorato. Cosa sono per te, una macchina? Un progettino personale per sentirti meglio? Per glorificarti del peso di portare avanti questa famiglia? RISPONDIMI!»
«No, io-»
«ANGELO NO! Non entrare!»
«ADESSO MI SONO ROTTO LE PALLE DI SENTIRE QUESTO SBARBATO ALZARE LA VOCE IN CASA MIA!»
«Papà! LA PORTA! MAMMA-»
«Angelo, ti prego!»
«Adesso ti spiego come stanno le cose, merdaccia. Mi fai schifo, hai rovinato la mia famiglia con la merda che hai in testa. Sono stufo di sentire scuse e cazzate. ‘La terapia funzionerà, vedrete, starò meglio’. Stronzate. ‘Fra me ed Emilia c’è sono tenero affetto’. Stronzate.»
«…»
«Bada bene, Luca: se ti rifarai mai più vedere da queste parti, quanto è vero Dio, quel Dio vero che tu non conosci, ti sparerò come si spara ai porci. Sei un’erbaccia troppo cresciuta. Ma siccome hai ancora una madre, che Dio benedica questa donna, non me la sento di ucciderti come il porco schifoso che sei. Perciò ti do la possibilità di fare le valigie e andartene da casa mia, in silenzio, senza altre vaccate.»
«Papà…»
«Michele. Hai fatto il possibile, ma certe volte serve un polso più che fermo. Lo so bene, avrei dovuto averlo anche io. Ma è tardi: questa vignaccia è cresciuta storta, e noi non possiamo raddrizzarla.»
«…»
«…»
«Mamma, papà, che Dio vi maledica.»
Quando si è in vacanza per più di due settimane, ti sembra di non appartenere più al posto dal quale sei partito.
Basta poco per adattarsi, basta pochissimo.
La Villa è molto bella, il giardino è curatissimo.
Passa ancora una volta il 99. Non so cosa voglia ora.
Li ho contati tutti, tutti i membri della gente.
Qui ce ne sono tanti, questo è il posto in cui mettono “a posto” le macchine rotte.
Brum. Brum. Brum. Ambulanza! Ecco un carico fresco di rottami!
Al 47 piacerà, lui è il capo, oh sì, lui adora i rottami.
Gnam, gnam, gnam, buoni questi rottami!
I rottami fanno sentire a posto la gente, e male al contempo. Non si è gente per sempre, prima o poi si diventa rottami.
Eccolo il mio 99, eccolo qua, com’è bello, impettito nel suo bel camice celeste.
«Buongiorno Luca, come va?»
«Sono Simone, birichino!»
«Ah, giusto, giusto. Simone, come va?»
«…»
«…»
«Il giardino oggi è bellissimo, opera di numero 1?»
«Uhm… intendi, Kalil il giardiniere?»
«Ah, lo chiamate così voi? Sì immagino di sì. Numero 1. Molto bravo, davvero.»
«…»
«Senti Simone, oggi ti vuole vedere il dottore.»
«Il dottor macchina! Sì, sì, numero 7! Come no!»
«Ecco, sì…»
«Devo prendere i farmaci prima? Giusto.»
«Sì, te li ho portati.»
«Ah! Che gentile, grazie numero 99, sei il mio pre-fe-ri-to! Dai qua!»
Il giardino assume dei contorni così definiti: le begonie smettono di confondersi con le siepi, e i ciclamini con i gerani. Una pianta della preghiera che mi sussurra sempre cose orribili ora tace.
La gente ci sa fare, eccome. Sa stare zitta se sai ascoltare!
E ora è il momento di parlare con il numero 7. Lui è un gran bello stronzo, un dottor macchina di un certo spessore. Odioso, sì, certamente sì.
Il numero 23 annaffia la piantina di Carmen; una signora d’altri tempi, un po’ triste, parla solo con la pianta. Si confida, la capisce. Gran brava signora.
«Ciao Carmen!»
Che tenera quando si porta le mani alla bocca e guarda la piantina, e poi ancora me! Peccato, peccato. La vogliono aggiustare.
«Tavola I.»
«Delle mutandine da donna slabbrate. E un feto dentro.»
«Tavola II.»
«Il cranio di mio padre con dentro un diamante. E’ sporco di ciclo mestruale.»
«Tavola III.»
«Un filo dove Dio appende la gente. Due demoni che ballano.»
«Tavola IV.»
«…»
«…»
«Credo sia Dio, incapace di volare.»
«Tavola V.»
«Le mie labbra cucite.»
«Tavola VI.»
« Una nave che taglia a metà un tessuto: è di mia madre.»
«Tavola VII.»
«Due formiche che discutono.»
«Tavola VIII.»
«Un busto sottoposto a elettrocardiogramma.»
«Tavola IX.»
«Il concetto di ascesa verso l’alto. O comunque qualcosa che si muove verso una parte alta, dove è autunno.»
«Tavola X.»
«Io che corro in una strada fatta di scivoli verso la Tour Eiffel, degli uccelli vogliono mangiarmi.»
«Lei credeva in Dio, mi ha già detto.»
«Sì, credevo in Dio, poi è scappato.»
«Scappato?»
«Sì… la mia testa era troppo per lui. Ho fatto delle cose. Cose che non gli sono piaciute. E mi ha fatto del male, mi ha punito.»
«Ti ha punito?»
«Sì»
«…»
«…»
«E perché-»
«Mi ha fatto far male alla testa, diverse volte.»
«Male come dolore fisico?»
«No, con le parole.»
«E di chi?»
«Non so. Di tutti, credo, della gente.»
«La gente.»
«Sì, ma non tipo, le persone, ecco. No, no. La gente è un tipo diverso di persona.»
«Cioè?»
«Beh, lei dottore, per esempio, lei… non so più se è della gente, ma… gli avvocati di mio padre, mio fratello, il marito… e no, il vedovo di mia sorella, si dice così?»
«Non lo so.»
«Ok, ok. Beh sì, ecco quelli. Gente.»
«E cosa fa la gente? Che c’entra con Dio?»
«Dio? Dio… la gente è la punizione. La gente mi segue, mi spia, mi vuole punire per conto di Dio. Ma non sono proprio persone… nate, da un utero intendo. Sono… generati da Dio, costruiti, meglio, sì, costruiti, decisamente. E sono tipo macchine di carne.»
«Carne?»
«Oddio, non proprio, hanno anche della carne, ma sono di metallo, metallo che non esiste qui sulla terra. Li fabbricano nelle cliniche abortiste, in ospedale, ovunque. Dio fa creare a delle macchine altre macchine, il tutto per punirmi, per punirci tutti.»
«Punire. Quindi Dio vuole punirla.»
«Mi pare ovvio.»
«Vuole punirla, perché ha peccato?»
«No, no. Peccato… non lo so.»
«Non lo sa?»
«No. Non so se è peccato quello che ho fatto io.»
«Mh. Okay, facciamo un passo indietro, lei ha detto che credeva, giusto?»
«Sì… al tempo.»
«Bene, al tempo. E poi Dio è scappato, dico bene?»
«Mh mh.»
«Scappato perché lei ha fatto delle cose che a Dio non sono piaciute.»
«…»
«Può confermare, Luca?»
«SIMONE. Io mi chiamo Simone, Simone Bertazzi, come il mio bisnonno.»
«Ha ragione, mi perdoni, nelle carte c’è scritto Luca De Paoli.»
«QUELLO… quello è il nome di mio padre, quello che mi hanno dato.»
«Capisco…»
«Non credo.»
«Perché non dovrei capire?»
«Perché, ora che la guardo con attenzione… sì, mi sa che lei è macchina, dottor sette. Lei è macchina, lei è gente. Anche lei. Ma non è colpa… sua, ecco.»
«…»
«Ah… è triste sentirsi smascherati vero?»
«Lei crede che io sia una macchina?»
«Affermativo.»
«E lei come lo sa?»
«Lo deduco. Dovrei aprirle la faccia per esserne sicuro.»
«Senta, ma non crede che Dio, ecco, nasconderebbe questa cosa?»
«Ma lo fa, con la carne. E poi a Dio piace nascondersi per il gusto di farsi trovare. È dispettoso.»
«Ma quali peccati pensi che Dio ritenga che tu abbia commesso?»
«Non mi dia del tu, numero sette.»
«Ok. Riformulo. Secondo lei, Dio cosa pensa che lei abbia fatto?»
«Dio… Dio è un guardone.»
«…»
«E ama guardare! E ha guardato me e mia sorella che… sì, insomma…»
«…»
«Facevamo… sesso. E non gli è stato bene.»
«E come fa a saperlo?»
«Perché lo ha fatto dire a mio padre.»
«Quindi suo padre lo ha fatto al posto di Dio?»
«No. Mio padre è Dio.»
«Suo padre è Dio?»
«Nel senso che Dio è tutte le macchine.»
«Quindi suo padre è una macchina.»
«Precisamente, come lei, d’altronde.»
«…»
«Non avete scelta voi, il libero… come si dice? »
«Arbitrio.»
«Esatto, non ce l’avete, il libero arbitrio.»
«E lei ce l’ha?»
«Io? Io sì. Posso vedervi.»
«E quindi essendo lei libero, può vedere le macchine.»
«Sono stanco.»
«Stanco?»
«…»
«Vuole…? »
«…»
«…»
«Va bene, fermiamoci qui.».
Per fortuna che in questo posto ci sono persone.
Persone vere, le macchine non le trattano male, non ora, almeno.
Devono pur avere del materiale con cui lavorare, della creta da modellare.
Dio lo credevo lontano, invece è tornato a sedere sul suo trono qua in terra, il suo trono terribile.
Il numero 7 mi tartassa di domande ogni volta.
Ma cosa vuole che gli dica?
Dio sa la mia storia.
Dio sa che ho legato mia sorella in quel casolare, dopo che aveva cercato di fuggire. Era un posto freddo, umido, pieno di spifferi. La campagna attorno era gelida, non so come facevano gli alberi a crescere lì.
Pensavo che Emilia volesse, che Emilia non fosse macchina. Ma mi tradì: quando ci trovarono, Ettore la slegò, mio padre mi picchiò, e Michele mi portò in ospedale assieme a mia madre.
Ma ora ho un altro ricordo, non so se c’è sempre stato, non so se è vero. Mi fa male ricordarlo, però devo provarci, così ha detto il dottor sette. Per essere una macchina, è molto umano.
«Luca.»
La voce di mia sorella suona come una cascata, mi assorda le orecchie.
«Sì?»
«Io ho scelto lui, ma ti voglio bene lo stesso.»
«…»
«Luca, tu mi vuoi uccidere?»
Il dolore si fa acuto, gelido, come se un pugno di ghiaccio premesse sul mio sterno; le ossa scricchiolano pericolosamente e i polmoni promettono di cedere.
Il mio no è come un sussurro, quasi non l’avessi detto, ma pensato.
Poi Emilia pianse, pianse, e io la slegai.
Ricordo delle scale e io che cadevo, o forse no.
Era tutto molto più chiaro prima che venissi qui, ora non lo so. Mi sembra di essere un altro.
«Buongiorno Simone, come andiamo?»
«Ho un po’ di… sonno. Ci vorrebbe un bel caffè.»
«Dormito male?»
«Sì. Sogni.»
«Sogni.»
«Macchie di colore, principalmente.»
«Qualcosa che vuoi dirmi?»
«No.»
«Bene, senti, mi puoi raccontare qualcosa del tuo … bisnonno? Lo hai conosciuto, mi hai già detto.»
«Sì, era un contadino, veniva da Faenza, come la mia bisnonna, lei faceva ceramiche. Lui si chiamava Simone, come… me, più o meno. Lei… Ada, un nome così semplice.»
«…»
«Erano i nonni di mia madre, fecero un figlio da giovanissimi, forse 16 anni. E mio nonno, lui a 24, e nacque mia madre. Il mio bisnonno, beh era un uomo particolare.»
«Cioè?»
«Fuori dal tempo. Viveva solo la campagna, il resto era… leggero, così diceva mia madre. Ma non era proprio così. A volte si incupiva, aveva paura per sua moglie e sua figlia. Una zia di mamma, lei non se la ricorda ma mio nonno sì. Diceva che era pazza, completamente, e che era fuggita in America con un capitano di una nave. L’hanno trovata morta nel fiume.»
«E perché hai voluto prendere il suo nome a un certo punto?»
«Non lo so. Credo, credo perché sia iniziato tutto da quando lui… beh ecco si era accorto che io ed Emilia eravamo intimi, ma non disse nulla.»
«Nulla?»
«Non lo so perché, ma non disse nulla, finché, beh non fu troppo tardi. A quasi 90 anni perse la parola a causa di un’ischemia.»
«…»
«Sai, si inventava sempre storie sui fiori, su ogni filo d’erba in campagna. Erano storie leggere, come era leggero lui. Gli chiedevi di una rosa e lui ti diceva “Quella rosa è nata da un seme trasportato da un passero. Il passero voleva che i suoi piccoli, che abitavano in quel nido sul ramo più alto del ciliegio, potessero svegliarsi ogni mattina e vedere quelle belle rose…”»
«Molto bella.»
«Sì. Sai, è assurdo come nella vita si possa provare tanto dolore e poi… poi più nulla. Il mio bisnonno è morto più di dieci anni fa, ha sofferto molto, tra mia zia e tutto il resto. Mi è mancato tanto. E poi oggi, così, posso semplicemente raccontarlo. Come se fosse un nome vuoto, un guscio, un libro… non so come spiegare.»
«…»
«Certi dolori dovrebbero semplicemente ucciderti. Dovrebbero esserci delle regole, una morale.»
«…»
«Ma non c’è. Non c’è proprio. Il mondo non ha occhi, la gente ha occhi, per osservare tutti i nostri peccati.»
«Pensi ancora alla gente?»
«Meno di quanto vorrei.»
«Vorresti pensarci di più?»
«Non lo so, ho paura di dimenticare.»
«Cosa?»
«I miei peccati, il mio dolore. La gente me lo ricorda.»
«…»
«Fermiamoci qui.»
Ho appena sognato di dipingere una stanza. Era piena di ruggine, di sangue, ma io dipingevo senza preoccupazioni. Era una pittura color ciano.
Poi mi sono accorto della sua viscosità, e diveniva sempre più grigia, più brillante, metallica. Mi mordeva, bruciandomi le mani, le distruggeva e poi le trasformava in ingranaggi.
So cosa vuol dire. Ma ho paura di dirlo.
Non sento più la gente, non vedo più le macchine. Ma so che sono qui, devono esserci.
Vorrei vederle solo per esserne certo che esistano ancora.
Sono le 3:17. Tutti dormono.
Non posso uscire dalla stanza, ma vorrei. Ho paura della mia pelle, sento che sta ancora bruciando.
Ma so che non è vero.
Mi stanno avvelenando.
Ma so che non è vero.
Non so più nulla.
Mi sento guarito, ma non sono certo di essere mai stato malato. Mi sembra che tutto sia più chiaro, più semplice. Come forse lo è stato una volta.
Forse, forse, forse.
Avanti, avanti, avanti.
Sto andando avanti, ma ho paura.
Ho nascosto un coltello nel bagno; nessuno lo sa.
L’avevo nascosto quando ancora vedevo le macchine, quando credevo che l’occhio di Dio mi inseguisse ovunque.
Forse non mi insegue più, perché è dentro di me.
Io, una macchina? Sciocchezze.
Vado in bagno, non mi scortano più perché sono guarito? Forse una distrazione.
Non ricordo più i numeri di nessuno, so solo i loro nomi.
Il giardiniere che fa sempre un bel lavoro, l’infermiere che si prende cura di me, la tizia della mensa, il dottor Novelli.
Nomi di cose, avrei pensato un tempo, ma ora… ora vedo solo persone.
C’è solo una spiegazione, e so che è quella sbagliata.
Raccolgo il coltello dal luogo dove l’avevo nascosto.
Mi specchio e vedo questa faccia smunta, consunta da appena trentadue anni di vita, quasi trentatré.
È questa la vita che mi è stata promessa?
Sono diventato macchina, non ci sarebbe dubbio, se solo non stessi guarendo. Dio ha vinto, mi ha catturato, rotto e aggiustato a sua immagine e somiglianza. C’è purtroppo un’altra spiegazione, e cioè che sono malato. Lo sono sempre stato.
Mia sorella non è morta per colpa mia, né per colpa di Ettore, né di mio padre, di mio fratello, di nessuno. Io sono responsabile di averle fatto perdere il bambino, certo; le ho causato talmente tanto stress con le mie indagini, con l’intrufolarmi in casa loro, con staccarle le flebo tra una visita cordiale e un’altra.
Ammetterlo ha richiesto tempo.
Ma posso fidarmi di questa mia nuova memoria? E se fosse solo un trucco per addomesticarmi?
Non voglio più dubitare, c’è solo un modo, che so essere sbagliato, ma occorre provarlo.
Il coltello brucia lungo la mia fronte, il mio naso, la mia guancia; la pelle stride di dolore, la mente si contrae in spasmi involontari, ma tengo duro: devo sapere.
Una gocciolina di sangue pende dal mio dito; molleggiante mi saluta, tristemente dondola e non mi lascia tempo per pensare al suo destino, precipitando giù sulla bianca ceramica, dove molte altre seguiranno.
Il mio viso è coperto di sangue, ma non ci sono rotelle, ingranaggi, fili, placche. È tutto apposto, è solo carne.
Sono guarito. Ma di questa guarigione non so che farmene.
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