I due 4 del prof. Poggi

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I due 4 del prof. Poggi

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Genere: Racconti

Il prof. Catullo Poggi, giovane insegnante di Storia e Geografia, all’inizio di ogni anno scolastico faceva questo discorsetto agli studenti delle sue nuove classi: «Io non voglio stangare nessuno, per cui sappiate che, quando vi interrogherò, non vi darò mai meno di 6. Ma sono intransigente quanto al comportamento: se qualcuno di voi fa casino o manca di rispetto a chicchessia si becca un’interrogazione disciplinare e in questo caso, se sarà impreparato, l’insufficienza se la prenderà eccome.»

Nella classe III B dell’Istituto Secondario di Secondo Grado dove insegnava c’erano due studentesse, Sabrina Gualini e Margherita Gori, che egli già nei due anni prima aveva soprannominato «le chiacchierine» . Sedute strategicamente nell’ultima fila di banchi, erano solite parlare fra di loro durante le lezioni.

Una mattina, il prof. Poggi aveva cominciato la sua lezione: «Federico II è stato il più grande imperatore del Medioevo. Anche sul suo conto gli storici hanno opinioni diverse: Kantorowitz, ad esempio, lo vede come un precursore dell’età moderna, mentre Abulafia lo considera un uomo impregnato dello spirito medievale. Figlio di Costanza d’Altavilla e di …»

A questo punto si interruppe, attirato dalle risatine di Sabrina Gualini e Margherita Gori, che evidentemente stavano parlando a bassa voce e di cose diverse dalla figura di Federico II di Svevia.

«Gualini, Gori, ma che voglia di chiacchierare che abbiamo stamattina! Venite alla cattedra che ci facciamo una bella chiacchierata di Storia, volgarmente detta interrogazione disciplinare.» disse il prof., con uno sguardo privo di severità, quasi divertito, ma di quel divertimento che voleva dire guai per le due studentesse.

«Oh, no!»   esclamò Margherita Gori.

«Oh, no? Oh, sì, invece. Su, alzatevi e venite alla cattedra.»

Fra i compagni e le compagne di classe si sollevò, leggero leggero, un coro sommesso di risatine.

Loro malgrado, le due chiacchierone andarono a farsi interrogare.

Così il prof. Poggi iniziò a sparare domande sugli argomenti trattati nelle lezioni precedenti, dalle Repubbliche Marinare alla lotta per le investiture fra Enrico IV e Gregorio VII.

Gualini si fece comunque trovare preparata, Gori decisamente no.

Alla fine il prof. disse a Gualini: «Brava come sempre, anche se non era in programma l’interrogazione: 9.»

Poi si rivolse all’altra studentessa: «Gori, non hai saputo rispondere a un cazzo: 4» .

Dal resto della classe si levò un boato di risate.

Alquanto indispettita, nel tornare al suo banco Gori disse al professore: «Vaffanculo!»

«Ringrazia che ho senso dell’umorismo e la prendo sul ridere.» replicò il prof. Poggi, sinceramente divertito.

Dopo di che, riprese la sua lezione su Federico II di Svevia.

Era la seconda volta che dava un 4. Detestava dare delle insufficienze, anzi, dava sempre voti alti perché, sosteneva, ciò faceva nascere negli studenti entusiasmo per le materie che insegnava e di conseguenza li metteva nella migliore condizione per poter apprendere, liberi dal timore di prendere un 5 o un voto ancora più basso.

Così come durante le interrogazioni consentiva loro di consultare gli appunti su cui si erano annotati date e nomi: non gli interessava che rispondessero pappagallescamente affidandosi alla memoria, gli importava verificare che avessero capito, anche solo per sommi capi, le cose che avevano studiato.

Anche la prima volta che aveva dato un 4 era stato per una ragione educativa: non per una mancanza disciplinare ma per punire un atto di superbia.

Era stato agli inizi della sua carriera di insegnante.

Una mattina aveva iniziato a interrogare e, siccome non c’erano stati volontari, aveva chiamato uno studente a caso.

«Galmozzi, vieni tu.»

Mauro Galmozzi si era alzato ed era andato alla cattedra non troppo convinto.

«Hai studiato?» gli chiese il prof. Poggi.

«No» rispose schiettamente Galmozzi.

«6? propose indulgente il prof. Poggi. «6 e mezzo? Va be’, ti do 7 e non ne parliamo più. 7 + no, perché non sono né Cochi né Renato.»

Aveva concluso con una battuta, riferendosi al famoso numero televisivo con Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto.

E di battute, soprattutto sui personaggi storici e i filosofi, ne faceva spesso, convinto che si impara meglio quando ci si diverte.

Con quel 7, il prof. Poggi aveva voluto premiare non certo il fatto che Galmozzi non aveva studiato, ma la sua sincerità nell’ammettere che era impreparato.

A questo punto dai banchi si levò una voce veemente e quasi stridula: «Professore, io protesto! Non è giusto dare 7 a questo asino!» .

Era Attilio Aleramo Vittorio De Federicis, figlio di una coppia alto-borghese che a torto o a ragione vantava origini nobiliari. Era quello che poteva essere definito il primo della classe, anche se, «deamicisianamente» parlando, era più un Nobis che un Derossi. Un tipo altezzoso, dunque.

Tant’è che ogni volta che poteva sfoggiava per esteso i suoi tre nomi di battesimo.

Anche se ciò si era rivelato un disastroso boomerang perché i suoi compagni di classe, partendo dal suo secondo nome, avevano preso a soprannominarlo come uno dei personaggi del romanzo Baudolino di Umberto Eco ossia Aleramo Scaccabarozzi detto «il Ciula» , finendo poi col chiamarlo semplicemente «Ciula» .

E i ragazzi ricorrevano ancora a Umberto Eco, e precisamente al personaggio di Jacopo Belbo del romanzo Il pendolo di Foucault, intimando al De Federicis: «Ma gavte la nata!» , quando quest’ultimo si dava delle arie in maniera insopportabile.

«Naturalmente, tu hai studiato e sei preparatissimo.» chiese il prof. a De Federicis.

«Io sì.» rispose questi, con evidente orgoglio.

«Allora ti do 4 senza nemmeno interrogarti.»

La classe esplose in un boato di risate.

«Come? Quattro?!» esclamò De Federicis diventando bianco come un lenzuolo, da paonazzo che era stato quando aveva protestato contro il 7 dato al suo compagno di classe.

«Sì, proprio 4.» disse il prof. Poggi. «Non perché hai vantato la tua preparazione da narcisista matricolato,» e a questo punto alzò la voce, «ma perché non ti devi permettere di dare dell’asino a un tuo compagno di classe! Può avere studiato oppure no, può andare bene a scuola oppure no, questo non importa, quello che conta è che ha diritto ad essere trattato con rispetto. Comunque, non abbatterti,» proseguì, tornando a un tono di voce normale; «so che sei bravo e quindi nelle due prossime interrogazioni prenderai voti alti che ti alzeranno la media.»

Poi, sfoggiando la sua proverbiale ironia, disse: «Bene, oggi ho interrogato abbastanza. Dove eravamo arrivati col programma? Ah, sì, al colpo di Stato del 18 brumaio. Oggi vi racconterò come quello stronzo di Napoleone Bonaparte trasformò il suo consolato in impero.»

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