Le sei del mattino

Le sei del mattino
Mattia non l’aveva mai vista prima, eppure la riconobbe subito.
Erano le cinque e cinquantasei e la metro della linea M4 partiva in orario dalla stazione Samsung Campolerone. Mattia aveva annodato una mano nocchiuta e screpolata al tubo in alluminio della carrozza, e se ne stava lì, con il laccetto della felpa che sbatteva sul piumino scamiciato e faceva un rumore di goccia.
Di fronte a lui uno studente con uno zaino nero e arancione, sneakers bianche, jeans laceri e AirPods infilati nelle orecchie. Un anziano vestito di chiaro con la coppola in testa e i pantaloni con la piega, sedeva sulla panca di plastica: teneva gli avambracci sulle cosce, e le mani aperte stringevano le ginocchia. Fissava un punto sul pavimento e ogni tanto strabuzzava gli occhi e irrigidiva le braccia.
Un tipo alto e calvo, con gli occhi chiari, aveva scarpe antinfortunistiche gialle e nere e una pettorina da lavoro macchiata da sbuffi di smalto bianco da interni.
Le scarpe, quelle di Mattia, erano di miglior fattura, più leggere e resistenti, ma i pantaloni della divisa che gli passava la ditta erano una merda. Meglio la pettorina, di brutto.
Di solito a quell’ora prendeva la metro anche una tizia che Mattia sospettava essere un’insegnante della materna, per via delle due borse che portava a tracolla. Lo sapeva perché sua sorella era maestra d’asilo e andava al lavoro così: una borsa per lei e una con il materiale per i laboratori dei bimbi.
Un’altra donna, secca e ossuta con tailleur e collana in grani grossi, leggeva libri in inglese e sottolineava a matita.
Alla stazione Hitachi Piazza san Gerolamo scese un po’ di gente, ne salì altra; Mattia staccò la mano dal mancorrente, fece un paio di passi verso l’uscita e si trovò a cambiare corrimano, posizione e prospettiva.
Fu allora che la vide.
Lei era lì, occupava il posto vicino all’uscita. Se ne stava seduta come se fosse la cosa più naturale del mondo. Aveva una gonna corta, color panna, le gambe lunghe affusolate, calze di nylon nere, un paio di scarpe con i tacchi e una blusa color azzurro tenue. I capelli biondo rossicci, di una tonalità slavata, certo naturale, le ricadevano sul davanti e le coprivano il viso. Aveva le gambe accavallate, ma non in una posa seducente, semmai stanca, esausta. L’avambraccio sinistro era posato sopra la coscia e con la mano reggeva il mento. L’altro braccio era infilato sotto l’altro e dalla spalla s’intravedeva la cinghia di una borsa. Gli scossoni della vettura le scuotevano appena i capelli come refoli di vento apparente. Lei non se ne curava. In realtà, sembrava non si interessasse a nulla di ciò che le stava intorno e nessuno accanto a lei sembrava notarla.
Eppure, la sua presenza, incongrua all’ora e al luogo, sembrava voler rivelare qualcosa, volerlo sussurrare agli occhi.
«Oh, visto che Juve ieri sera?
Mattia non rispose subito. Aprì lo stipetto di alluminio, vi posò dentro la tracolla. Rovistò nel ripiano superiore e ne cavò un paio di guanti sottili in tessuto.
«No.» rispose. Poi si arrese in un soffio: «Quanto ha fatto?
«Tre pappine. Due a zero già al primo tempo. Salutate la capolista, prego. E gli interisti dietro, a rosicare.
Il suo collega, Gianni, era di spalle, in mutande, in piedi davanti al suo stipetto. Sbottonava la camicia tenendo il mento leggermente in alto.
«Perché, l’Inter quanto ha fatto?» domandò Mattia.
«Pareggio. Con la terz’ultima» e Gianni soffocò una risata ironica. «Non sanno vincere: è una squadra di merda.
L’uomo adagiò la camicia su una gruccia e la agganciò alla barra dello stipetto. Poi prese la tuta blu in cotone Massaua, la allargò, infilò una gamba dentro e cominciò ad indossarla.
Mattia aveva messo i guanti e chiuso lo stipetto.
«Ti aspetto in officina.» disse Gianni.
«Oh, ma c’hai sempre fretta.» ansimò l’altro «Vieni al lavoro già in divisa…
«Si fa prima.
«Guarda, che non è che ti danno la medaglia, eh.
«C’è da controllare la scheda della turbina.
«Controlliamo, controlliamo.» e Gianni alzò la zip anteriore della tuta. «Tutt’apposto. Andiamo.
Poi, all’improvviso: «Tu, com’è?
«Tutt’apposto.
«Sicuro? Ti vedo spento.
«Cos’è, il colmo dell’elettricista?
Gianni rise.
«Non è che c’hai qualche fusibile saltato?
«Eh, altro che qualche…» Mattia cercò di replicare a tono, ma non gli venne in mente niente; allora, così, per riempire il vuoto che si era creato, pescò la prima cosa che galleggiava nella sua immaginazione. «Mi sento come una che prende la metro di mattina con i tacchi e la gonna corta.
L’altro si fermò e si voltò verso di lui. Gli occhi azzurri, infossati nelle guance grasse, sembravano pungerlo come spilloni.
«Mattia, non devi farne drammi. Sono cose che succedono.
«Acqua passata.
«Mi sa che quest’acqua non è passata. Ma non devi farne un dramma.
«Ma quale dramma! È che…
«Succede a tutti. Uno sbaglio ci può stare. Non è una bella cosa, eh, intendiamoci. Ma una sbandata non può mettere in crisi una storia di cinque anni.
Camminarono un po’ in silenzio fino al bancone dell’officina. Salutarono un paio di colleghi.
La turbina da controllare era su un pallet di legno a terra.
«Senti, ma posso chiederti una cosa?» fece Mattia.
«Dobbiamo controllare la turbina.
«Ma secondo te, che ci fa una sulla metro, alle sei del mattino vestita come se stesse andando a una festa?
«La puttana.» disse Gianni e s’inginocchiò davanti alla turbina.
«Ma no, non è detto, su.
«Passami la chiave del nove.
Mattia aprì il cassetto del bancone e vi rovistò all’interno.
«Magari è una che torna da una festa.» disse, come pensando a voce alta. Prese la chiave e la porse a Gianni.
«Magari la festa l’hanno fatta a lei.» grugnì Gianni e prese a svitare un dado.
Mattia continuò come fosse soprappensiero. «Non so, era come avesse qualcosa, non so…
«Lo sapevo. È partito il condensatore.
Gianni aveva sbloccato lo sportello di metallo giallo; stava con il collo ritorto per vedere meglio.
«Bisogna ordinarne uno nuovo. Chiedo a Sara per le specifiche?
«Eh, sì.» disse Gianni rizzandosi di nuovo in piedi. Spazzolò con le mani i pantaloni della tuta. Poi fissò di nuovo gli occhi su quelli di Mattia. «Ci devi parlare.
«Lascia perdere.
«Stammi a sentire» gli disse Gianni, «che di peli bianchi in testa ne ho più di te. Non fare che un errore ti rovini la vita… che rovini la vita a tutti e due.
Mattia alzò la cornetta del telefono. «Come fa l’interno di Sara?
Rivide la ragazza della metro tre giorni dopo.
Con tutti i pensieri che gli svolazzavano nella testa in quel periodo, se n’era scordato.
Ma quella mattina, la rivide lì, sulla metro, alle cinque e cinquantasei alla stazione Samsung Campolerone.
Questa volta era in piedi. Teneva un braccio sopra la testa, la mano stretta al corrimano orizzontale. Mattia ora poteva scorgerne i riflessi del volto sul vetro della carrozza, quando entravano in galleria. Non era particolarmente bella: aveva un viso comune, naso sottile, leggermente allungato, una mascella troppo forte. I capelli rossi se li ricordava lisci, ma ora gli parevano leggermente mossi. Era stata dal parrucchiere? Probabile.
C’era in lei qualcosa di indistintamente tragico, di greve, incongruo alla figura esile e magra (sì, era magrissima, ora che era in piedi lo si percepiva da come la blusa le cadeva dalle spalle) che Mattia non arrivava a spiegarsi. Qualcosa che riusciva a penetragli nella testa, che si insinuava nei suoi pensieri sino a spazzarli via e lasciare nella sua immaginazione stranite suggestioni senza parole.
Dipendeva forse da com’era vestita. Nessuna giacca, una borsa dozzinale, che stonava con tutto il resto. Sembrava essere in fuga da qualcosa, una fuga spossata e remissiva, più simile a un esodo, al ripiegamento disilluso dopo una sconfitta.
Ma scappa sempre? pensò. Tutte le mattine? Alle sei?
Forse aveva ragione Gianni. Forse era davvero una prostituta, o una ballerina da night club. O l’amante di qualche capitano d’industria che al mattino non le pagava nemmeno il taxi per ritornare a casa. O forse un marito manesco le negava il rientro e lei passava le notti da un’amica ad espiare l’evocazione di confuse gelosie.
Da qualche parte dentro di sé Mattia sapeva che tutto ciò non era importante. Era come se tutte le immagini che la ragazza evocava negli altri la celassero sotto un’impenetrabile rete di successive filtrazioni. E che la sua essenza, drammatica, dirompente, se ne infischiasse con elegante naturalezza di ciò che gli altri potevano immaginare di lei.
Di colpo Mattia si ricordò del Bufalo.
I ragazzi del paese lo avevano chiamato così per il modo di sporgere la testa in avanti quando camminava e per il suo respiro affannoso, profondo, che aveva un qualcosa di animalesco. Fischio diceva che il Bufalo, una volta, aveva sbranato un coniglio vivo, ma di Fischio non c’era da fidarsi. Nemmeno la storia dei bambini tedeschi, che si diceva fossero spariti proprio vicino alla capanna di lamiera e plastica, nemmeno quella era vera. Lo raccontavano loro, i ragazzi di paese, ai figli dei villeggianti per metter loro paura; poi li sfidavano ad andare su alla capanna, a tirare le pietre al Bufalo. Era una prova di coraggio imposta a ogni ragazzino che avesse voluto dichiararsi dei loro.
Anche a Mattia era toccato di provarci. Quel pomeriggio erano andati su in due, lui e Bertone, il figlio dello stagnaro. Bertone era lì a far da testimone, a verificare che le pietre al Bufalo, Mattia, avesse avuto davvero il fegato di tirargliele.
Si erano nascosti dietro la siepe all’altezza del lavatoio di pietra. Il Bufalo aveva chiuso il cancello e masticato dalla ruggine con un colpo secco. Aveva fatto un mezzo passo indietro e bofonchiato qualcosa d’incomprensibile. Poi aveva cavato un fazzoletto di tasca per raccogliere il filo di bava che gli scendeva dall’angolo delle labbra.
Mattia aveva pronte due grosse pietre che pesavano come macigni nelle tasche dei jeans. Il Bufalo era venuto verso di loro. Faceva davvero paura, grosso e con la faccia asimmetrica, devastata come quella di un animale. Mattia aveva stretto la mano intorno a una pietra e piegato le ginocchia, pronto a saltar fuori e a tirare.
All’improvviso, da dentro la capanna, era spuntato un piccolo cane, nero e sporco. Aveva visto il padrone e gli trotterellava incontro. Il Bufalo aveva passato una mano callosa sulla testa dell’animale, con un movimento lieve e gentile. Il cane si era messo a rotolare sulla schiena e l’uomo, piegate a stento le ginocchia enormi e nodose, aveva iniziato a giocare con lui. Il Bufalo sembrava sorridere e dalla sua bocca deforme uscivano suoni delicati.
Mattia era inerte. L’insospettata delicatezza che sorgeva da quella scena lo teneva conficcato nella terra, incapace di qualsiasi reazione. Bertone aveva fischiato e fatto un movimento in avanti con il palmo della mano.
Allora Mattia era balzato fuori dal nascondiglio, gridato forte un oltraggio, cavata una pietra dalla tasca dei pantaloni e tirato al Bufalo. Poi, afferrato l’altro sasso, aveva mirato al cane.
I due ragazzini erano fuggiti giù per la collina. In fondo, sulla strada che portava al paese, c’erano gli altri. Volevano sapere com’era andata. Mattia era stato in silenzio e aveva lasciato a Bertone l’eccitazione del racconto. Qualcuno aveva riso, un ragazzo biondo aveva messo un braccio intorno alle spalle dell’eroe, altri avevano lanciato grida di scherno contro il mostro della capanna.
Quella sera, a casa, Mattia non aveva voglia di mangiare. Senza dire una parola, era sgusciato sotto gli occhi crucciati di sua madre e se n’era andato al lago, da solo. Era rimasto per un po’ a osservare la distesa d’acqua aggrottata dalla brezza notturna. Le increspature rendevano la superficie irregolare come il viso di un vecchio.
D’impulso, aveva afferrato un ciottolo e lo aveva scagliato nel lago. Il tonfo della pietra che colpiva la superficie liquida aveva un suono sordo e spietato che si perdeva nel buio fondo della notte. Era rimasto ad ascoltare fino a che quel suono non era del tutto scomparso, ingoiato da profondità arcane.
Poi aveva preso un’altra pietra e un’altra ancora e aveva continuato a gettarle nel lago, una dopo l’altra.
Mattia afferrò il cavo elettrico e lo strinse tra le dita. Con la mano destra prese lo spellafili, accostò le lame sulla guaina di plastica nera e cominciò a imprimere un movimento circolare.
Il telefono, appoggiato su un lato del bancone da lavoro, iniziò a suonare. Mattia lesse un nome sul display e trattenne il respiro. Con un movimento secco tirò via un pezzettino di guaina e scoprì il filo di rame che stava all’interno. Poi posò il tutto sul bancone, strisciò il dito indice sul display e toccò l’icona del vivavoce.
«Ciao.
«Ciao, Sonia.» disse lui.
«Com’è? Tutto ok?
«Tutto ok.» Mattia prese le pinze con la punta sottile e iniziò ad attorcigliare il filo di rame.
«Senti, ecco…» Sonia tirò un sospiro profondo «Volevo un parere… C’è un appartamento in via Bobbio…
«Bene.
«Tre camere. Più la cucina e il bagno, s’intende. È carino.
«Sì.
«Ah, e poi c’è il posto auto condominiale. Che è una comodità.
«Sì, davvero.
Sonia rimase in silenzio.
«Vado a vederlo.» disse poi.
«Fai bene.
«Tutto qui?
«Se ti piace vai a vederlo.
«Magari ci potevamo andare insieme.
Mattia posò il filo sul tavolo da lavoro. Poi afferrò un morsetto unipolare, scelse dalla cassetta degli attrezzi un cacciavite a stella e cominciò ad allentare la vite.
«Non credo sia una buona idea.
Silenzio. Mattia sentiva il manico di plastica gialla e nera del cacciavite raschiare i polpastrelli delle dita.
«È ancora per quella storia, vero?» disse Sonia.
«No, non lo è.
«Sì invece. Oh, mio dio Mattia, ma proprio non riesci a superarla?
«Non c’entra nulla.
«È una cosa vecchia ormai. È passata.
«Lo so. Non c’entra nulla
«E invece sì, c’entra. Vuoi farmela pagare.
«No. Non voglio farti pagare niente.
Mattia sentì, dall’altro capo, un singhiozzo trattenuto.
«Non è come pensi.» disse lui, infine «Se vuoi fare una cosa falla.
«Sei uno stronzo.
«Ti va di vedere un appartamento? Vallo a vedere. Che problema c’è?
«Sei tu il problema. Sei tu, che non capisci niente.
Mattia infilò il filo di rame nel foro del morsetto. Poi prese il cacciavite e iniziò a stringere la vite.
«Certe cose, So’, non riesco a spiegarmele nemmeno io.
Diede un ultimo giro di vite. Poi provò a tirare il filo per vedere se restava attaccato.
«È che non so…» provò a spiegare Mattia.
«Sei solo uno stronzo egoista.
«… non so cosa sono, capisci. E’ che non riesco più a capire cosa sono io per gli altri. Non so più cosa sono per te.
«Balle! Te lo dico cosa sei: un bastardo egoista! Ecco cosa sei!
Il telefono mandò un singulto e il display tornò alla schermata principale.
Mattia rimase in silenzio a fissare le pinze, il filo elettrico, lo spellafili.
Pensò alla ragazza della metro e si chiese se il giorno dopo l’avrebbe rivista.
La ragazza chiuse la porta di scale alle sue spalle. Infilò le chiavi nella borsetta beige e scese le scale a passo veloce, la mano che appena sfiorava il corrimano. Lasciò che il portone si chiudesse alle spalle, svoltò a sinistra e affrettò il passo. Le cinque e mezza: doveva fare in fretta, altrimenti rischiava di perdere la metro delle sei meno dieci.
Il freddo della mattina carezzava la sua pelle bianchissima e intirizziva le gambe nude sotto la gonna corta di panno. Il tessuto, ruvido al tatto, le sfregava la pelle poco sopra il ginocchio. Faceva freddo, ma lei non ci badava. Le piaceva la dura levità del freddo, la sensazione di nudità che le si attorcigliava dentro e ne strizzava fuori gocciole di vigoria.
Aveva indosso solo la blusa, azzurra stavolta. Era giovedì, rifletté: azzurra, quindi. Giusto. La Giordani ci teneva che tutte le commesse indossassero un blusa di colore diverso ogni giorno della settimana. Era una delle bizzarrie di quella donna orribile.
L’altra volta aveva sbagliato colore e la Giordani le aveva fatto una scenata. Non sopportava nemmeno che venisse al lavoro già con la divisa, ma lei non era una che avesse voglia di cambiarsi ogni due minuti. Da casa sua al lavoro non c’erano che tre quarti d’ora d’orologio: bastavano due fermate di metro. E una volta finito il suo turno, via, borsa sotto il braccio e di corsa a casa.
Scese nella metro e aspettò che il suono bitonale della motrice che rallentava nella stazione, poi mosse qualche passo in direzione della pensilina. La carrozza era piena, come al solito.
Alla stazione Samsung Campolerone saliva sempre la stessa gente e lei si perdeva a osservarli.
Le piaceva esplorare le persone, cercare di indovinare chi fossero, cosa facessero nella vita. Ecco lì, per esempio: la donna con il tailleur e la collana, quella che leggeva sempre libri in inglese. Chissà chi era: forse una professoressa d’inglese, o forse una ricca miliardaria britannica un po’ snob.
Poi c’era il ragazzo con i jeans strappati, gli Airpods e quell’aria triste. Chissà cosa gli piaceva studiare, quali erano i suoi hobby. Cosa sarebbe diventato da grande: un calciatore famoso? Un chirurgo? Certo immaginarselo tra vent’anni, in camice bianco, i capelli radi, una cartellina fra le mani…
A volte si chiedeva cosa la gente pensasse di lei, cosa fosse lei per gli altri. Gli altri non sembravano accorgersi di una tipa bizzarra in blusa e gonna corta e tacchi alle sei di mattina. Chissà chi era lei per loro. Chissà se qualcuno si chiedeva chi potesse essere lei quale fosse la sua vita, i suoi sogni.
Lui sì, ne era certa. Quando lo vide la prima volta lo riconobbe subito. Il gilet da elettricista, le scarpe antinfortunistiche ai piedi, l’ombra corrucciata che ne intristiva i lineamenti. E occhi scuri accesi, come riflettori nella notte. Lui era uno di quelli che esplorava la gente, proprio come lei. Che magari aveva le sue stesse fisse di lei, le stesse impacciate esitazioni di chi nella vita degli altri vi entra come dentro una foresta equatoriale. Si era chiesta cosa fosse per lui, che idea lui si fosse fatto di una tizia squinternata che gira la mattina con la gonna corta e i tacchi. Certo una poco di buono, pensò e rise fra sé.
I loro occhi non si erano mai incontrati, come se seguissero i movimenti di una danza segreta. I loro sguardi si erano sfiorati appena, come in un incontro rimandato che entrambi non volevano affogare in una liquida consuetudine.
Ora era lì a un metro da lei. Qualcosa era cambiato, lei lo avvertiva come una sensazione quasi fisica, sentiva in lui lo stesso freddo che le masticava le viscere, la glaciale immobilità di una decisione.
Alzò gli occhi e incontrò lo sguardo di Mattia.
E per la prima volta gli sorrise.

