In un Astro Crudele

In un Astro Crudele
Parlare di Vittorio Pagano oggi è come leggere nella storia di un singolo poeta e di un singolo uomo, il destino che la letteratura, specie la poesia, ha subito oggi; perciò ritengo di dover aprire due “brevi” parentesi per parlare da una parte della situazione della poesia odierna (e del suo mercato) e della corrente letteraria dell’ermetismo, nella quale Pagano si inserisce aderendo sia ai suoi stilemi sia alla filosofia di tale corrente (seppure Pagano presenti numerose peculiarità stilistiche e tematiche ); tuttavia le principali opere di Pagano si innestano in un momento storico molto diverso da quello che diede ai natali all’ermetismo.
La poesia oggi “gode” di tanta marginalità quanto grande fu la sua rilevanza nell’Ottocento e nel primo Novecento. Un tempo chi scriveva, scriveva poesia; oggi scrivere significa scrivere prosa ( istintivamente quando “si” parla di scrittori ci si aspetta che scrivano “romanzi”); oggi il termine scrittore è sprofondato nel campo semantico della meteora, degli influencer, dell’intrattenimento, del consumo di parole che spesso non vogliono dire niente.
La figura dello scrittore, ma soprattutto del poeta, oggi appare ridicolamente relegata ad un passato remoto, o tutt’al più a un presente da polveroso tomo abbandonato sui banchi di scuola. La poesia esiste nella misura in cui i programmi ministeriali la tengono artificiosamente in vita nei tomi dell’istruzione statale, uccisa in analisi stantie, memorizzazioni pietrificanti, privata della voce che essa necessita, declamata solo nelle occasioni più abiettamente regolamentate dall’odierno habitus culturale (la poesiola di Natale, di Pasqua, per la festa della mamma e/o del papà, un biglietto d’auguri, una pagina di citazioni “poetiche”sui social ecc.).
Chiunque non riesca produrre un prodotto vendibile sul mercato, o consumabile nell’estemporaneità di una regolamentata situazione virtuale o fisica, viene relegato ai margini della scena letteraria; pochi giganti già affermati possono avere il privilegio di scrivere e di farsi pubblicare in maniera “tradizionale” e questo comunque vale soprattutto in prosa.
Per tutti gli altri scrittori non resta che la consolazione nella qualità del proprio lavoro, nel parere di qualche amico appassionato, forse qualche blog che ancora si occupa di questi temi: per queste persone vale certamente la terzina di Pagano che sto per citare:
La morte a un Sud eterno ci ha votati
come un corteo di fùmide figure
che ne violenti la bragia segreta1
Corteo di figure di fumo, di ombre, che insistono nel rianimare una brace nascosta, e sempre sull’orlo dell’estinguersi. A un Sud eterno è stata relegata la poesia e con essa i poeti; a un eterno isolamento è stato anche condannato (peggio, votato) l’autore di cui parlerò: Vittorio Pagano.
Vittorio Pagano nacque a Lecce il 28 settembre 1919 e mostrò subito una forte inclinazione letteraria, nonostante il suo percorso di studi fu alquanto irregolare; si diplomò nel 1941 da privatista e dal 1941 al ’45 fu impegnato nel servizio militare. Nel 1955 vincerà una cattedra in una scuola in provincia di Taranto ma per il resto della sua carriera lavorerà presso il centro di rieducazione minorile del tribunale di Lecce come docente.
Gli esordi letterari di Pagano si ritrovano nei primi componimenti pubblicati su “Vedetta Mediterranea”, rivista dell’avanguardia leccese diretta da Ernesto Alvino alla quale partecipavano illustri firme provenienti non solo dal panorama leccese come Vittorio Bodini, ma anche da esponenti dell’ermetismo fiorentino come Oreste Macrì, impossibile da non menzionare dato lo strettissimo rapporto che strinse con Pagano.
Nonostante il clima futurista avesse pervaso Lecce nei primi anni ’30, Pagano si “votò” quasi subito all’ermetismo; scrive a tal proposito Ferruccio Canali in questo passaggio tratto da «Vedetta Mediterranea»: gli esordi del giovane Vittorio Pagano.
Pagano aveva fatto la propria scelta esistenziale e, rispetto all’ostentato ottimismo futurista, viveva la suggestione pessimistica dell’Ermetismo.^2
Dopo questa esperienza Pagano ebbe modo di cooperare a stretto contatto con Oreste Macrì alla rivista “Libera Voce” (1943-1947) ma ancor più significativa fu l’esperienza del poeta nella rivista semestrale “L’Albero” (attiva dal 1949-1966), organo dell’Accademia Salentina fondata da Girolamo Comi il 3 gennaio 1948.
Per comprendere l’importanza che ricoprì questa rivista nel panorama culturale salentino cito qui le parole di Gino Pisanò:
L’eredità ideale di “Vedetta mediterranea” e di “Libera Voce” era stata assunta da ‘‘L’ Albero’ […]. Aristocratica nel senso più alto del termine, la rivista di Comi conservò sempre le caratteristiche di questo suo attributo, distinguendosi nettamente dai periodici contemporanei per il marcato privilegio accordato alla letteratura e all’arte e mantenendo una sorta di nobile distacco dai problemi del precario e del contingente storico. […] Tra i neo-realismi, i populismi e le iconoclastie imperversanti, la sua lezione di spiritualità e di elevatezza non trovò larga risonanza.2
Grazie all’esperienza e alle connessioni sviluppate nei suoi anni di lavoro a L’Albero, Pagano strinse amicizia con capisaldi dell’ermetismo come Giorgio Caproni e Alfonso Gatto (cui dedicò alcuni componimenti nelle sue opere).
Nel 1956 si concluse la sua collaborazione con l’Albero e Pagano divenne responsabile della redazione letteraria del “Critone” rivista di studi giuridici, fondata a Lecce da Tommaso Santoro e Cesare Massa nel 1956. A qualche mese dall’inizio di questo progetto venne creato un supplemento letterario affidato proprio a Vittorio Pagano. Venne così curata da quest’ultimo la collana “I Quaderni del Critone”3 composta da 18 titoli pubblicati dal 1956 al 1967 in una tiratura molto ridotta. I Quaderni valsero a Pagano il conferimento della medaglia d’oro del comune di Firenze per i suoi contributi nell’editoria poetica4.
Vittorio Pagano pubblicò le sue opere in un periodo di tempo molto concentrato e quasi del tutto sovrapponibile a quello della pubblicazione dei Quaderni, ovvero fra il 1957 e il 1965.
La prima opera di Vittorio Pagano, Calligrafia Astronautica del 1958, venne accolta nel silenzio generale della critica, fatto salvo per qualche recensione privata più che positiva e i plausi di amici e poeti del calibro di Giorgio Caproni (al quale è dedicato fra l’altro il componimento d’apertura della raccolta “A Giorgio Caproni”).
Nel 1960 Pagano pubblicò “I privilegi del povero”, opera divisa in quattro volumi: il primo, Mitologia del Sud, vede come suo protagonista il Salento, nella visione interiorizzata del poeta; dunque non un luogo soltanto fisico, ma inevitabilmente intrecciato alle sorti di Pagano; un Salento che è sia terra madre sia matrigna, come emerge in alcuni versi della poesia d’apertura “Racconto”:
Ma la mia casa è un insegna sbiadita
per sempre tormentata
dalla sua gloria lacera.
Oh sulle pèste dei fratelli muti
per forza vedrò nascere i tuoi fiori
per forza i fiori tuoi dovrò raccogliere5
Ancora lo stesso tema emerge in “Allarme”:
Io non so fino a quando resteremo
chiusi in questo ronzìo …
È una piovra fantastica
la campagna leccese 6
Il secondo volume dei privilegi del povero “In un astro crudele”, composto quasi esclusivamente da sonetti, si stacca da terra, per così dire, inquadrando i loci poetici del Salento (si veda la poesia Porto Cesareo) e i suoi affetti familiari da una prospettiva “astrale”, come chiave per riappropriarsi di una realtà dalla quale Pagano si sentiva alienato, forse anche per i mancati riconoscimenti nazionali oltre che a livello locale; ritengo sia riduttivo derubricare l’origine della lente caleidoscopica e barocca attraverso la quale il poeta Pagano guardava alla realtà alla mera alienazione causata dall’assenza di attenzioni della grande critica e del grande pubblico. La percezione assunta dal poeta in questo secondo volume è frutto delle sue sensazioni e della sua predisposizione a vedere la realtà da certi punti di vista.
Il terzo volume, “Trobar Clus”, si concentra principalmente sul tema religioso e quello degli affetti personali, uno dei cuori pulsanti della produzione di Pagano; il poeta leccese sposò Marcella Romano nel gennaio 1956 e nell’ottobre del medesimo anno nacque loro figlio Stefano. 7 Un esempio fra tutti della centralità degli affetti nella produzione del poeta è la poesia “Due Stanze a Stefano” che personalmente, nel messaggio, mi ricorda il secondo dei sonetti di Shakespeare.8
Quanto di foglie avrò all’autunno è cosa
squallida a dirsi – o lieta se le rame
secche faranno, figlio, tuo reame
fuoco che scalda, tetto che riposa
Tu, se la morte è freddo che mi serra,
vero silenzio e cella tenebrosa,
e il non pensare, il cedere alla terra
l’occhio, la mano, gli equilibri e i crolli,
tu primavera mi ti fingi, esplosa
di qua da me […]
“Residui di un album di guerra”, volume dal titolo squisitamente ermetico, chiude la raccolta: i “Residui”, oggetti privilegiati dall’ermetismo, ricordano gli ossi di seppia di Montale.
Anche in questo caso il lavoro di Pagano passa quasi del tutto inosservato, nonostante l’apprezzamento di colleghi, amici e familiari.
La terza opera di Pagano è “Morte per mistero” del 1963; il poeta abbandona le forme chiuse e tradizionali che aveva sempre adottato, per creare un poema in versi liberi, adatti a portare avanti il lungo flusso di coscienza poetica che è Morte per mistero. Questo poema, diviso in tre sezioni (“Espediente di pace”, “Dramatis personae”, “Espediente d’esequie”), è il testamento di Pagano, la resa (da intendersi qui tanto come arrendersi quanto come raffigurazione) della sua vita e della sua poesia, il suo lascito ermetico e barocco (qui più ermetico e barocco che mai). Impossibile stabilire un unico leitmotiv del poema: gli affetti, la terra, la religione, quest’opera è sintesi e summa del materiale con cui Pagano ha forgiato la sua poesia nel corso della sua vita.
Morte per mistero è un poema complesso, astruso, oscuro: è la turris eburnea che si richiude dentro sé stessa, nell’ultima stanza in cima alla torre.
A questo punto forse è bene aprire la seconda parentesi che ho menzionato all’inizio e soffermarci sulla corrente che elesse Pagano (Pagano qui da leggere tanto come oggetto quanto soggetto).
L’ermetismo è una corrente letteraria sviluppatasi nel corso degli anni Venti e Quaranta del Novecento, in diversi luoghi d’Italia, ma è ampiamente riconosciuto che Genova, Milano e soprattutto Firenze furono i centri più prolifici. Il già menzionato Macrì, seppur di origini salentine, fu attivo soprattutto a Firenze, città nella quale operavano anche grandi nomi dell’ermetismo come Alfonso Gatto, Carlo Bo, Mario Luzi.
Nonostante la rilevanza indiscussa del panorama fiorentino, fu Genova a dare i natali al padre spirituale dell’ermetismo, Eugenio Montale, nonché al suo altrettanto meritevole contemporaneo Giorgio Caproni.
Secondo molti studiosi la raccolta con la quale si può “far cominciare” l’ermetismo è “Ossi di seppia” pubblicata da Montale nel 1925, che racchiude non solo i principali stilemi dell’ermetismo (il correlativo oggettivo, l’uso libero della preposizione a, l’astrusità e la complessità della forma, la tipica assenza di punteggiatura).
In “Ossi di seppia” è inoltre contenuto quello che si potrebbe definire il manifesto dell’ermetismo: “Non chiedeteci la parola”.
Tutto il componimento è significativo ma ritengo che la quartina finale riassuma appieno l’intero fil rouge che lega i poeti del movimento ermetico:
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Dire il niente come ricerca infinita, definirsi per assenza stessa della possibilità di allacciarsi alla realtà, una realtà quella del ventennio fascista opprimente e repressiva. Così si spiega il rinchiudersi nella turris eburnea, la torre d’avorio, di molti intellettuali dell’ermetismo: poesia in codice per resistere ai controlli e alle censure del regime.
La stagione ermetica si conclude verso l’inizio degli anni Quaranta, con la pubblicazione di “Frontiera” opera di Vittorio Sereni. Frontiera: nomen omen, difatti Sereni continuerà la sua produzione, abbandonando l’ermetismo e rendendo difatti la sua opera un confine fra la precedente corrente poetica e le nuove correnti emergenti.
Perché fare questa breve parentesi? Poiché è necessario notare come Pagano, seppure si fosse inserito bene nella vita letteraria della provincia leccese, e sebbene avesse “cavalcato l’onda” dell’ermetismo fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, non abbia mai lasciato andare questa forma poetica, che, evidentemente, si confaceva al suo spirito.
Ma il suo restare ancorato all’ermetismo, al simbolismo, al barocco, ha fatto in modo che Pagano mai fosse veramente aperto al mondo esterno, risultando incompatibile al nuovo gusto dei lettori, un pubblico sempre più ampio grazie l’opera di alfabetizzazione svolta dalla scuola italiana (ma soprattutto dalle trasmissioni televisive e radiofoniche degli anni Cinquanta e Sessanta); tuttavia a questo nuovo pubblico l’ermetismo doveva risultare fin troppo complesso, astruso, elitario, e la figura pessimista e solitaria che ci si era fatti del poeta ermetico stonava alquanto con l’irrimediabile ottimismo del secondo Dopoguerra e dei due decenni successivi.
Pagano non lasciò mai andare “l’osso di seppia”, non volle mai che gli si “chiedesse la parola”, e la Morte lo condannò al suo eterno Sud, alla sua marginalità. Poiché il suo animo era intimamente inclinato verso l’ermetismo prima ancora che esso nascesse formalmente. Vittorio Pagano era destinato all’ermetismo, al restare chiuso, e l’ermetismo lo elesse a suo martire.
Forse l’unico modo di comprendere Morte per mistero sta proprio ripercorrere questa lunga storia, storia nella quale Pagano principiò a parteciparvi che già s’era quasi chiuso l’ultimo capitolo, ma continuò a scavare, dove altri avevano abbandonato il piccone, e solitario s’era avviato nell’ultima esplorazione delle spelonche ermetiche del mondo e del suo animo. La via che era rimasta da percorrere era stretta, ma egli vi si aggrappò con tutto il suo furore.
[…]A un filo s’è ridotto
l’andito perseguibile, furente
se n’aggroviglia il piede […] 9
La tentazione nel continuare la ricerca impossibile nell’ermetismo è ben evidente in questo distico di Morte per mistero:
UN SEGNO NON RESISTE DELL’ASTRATTA
FUGA NEL NULLA CHE CI FA CONCRETI
La Morte preannunciata di Pagano come poeta suona come un mistero, nel senso più religioso del termine, qualcosa alla quale si può credere solo per fede. Un poeta dallo stile così raffinato, dai temi così universali e poco legati alle contingenze quotidiane eppure così irrimediabilmente legati ai luoghi; un poeta in contatto con i più grandi della sua epoca che sparisce nel nulla, ignoto oggi ai più. Una morte poetica, che sa di mistero, di inspiegabile, di accettabile solo con la fede.
Vittorio forse non l’accettò mai, e dopo l’ultima opera edita, mai più uscirà dalla sua torre d’avorio.
L’ultima opera edita di Pagano è una plaquette di soli otto componimenti, in tiratura limitatissima, gli “Zoogrammi”.
Segnalo qui che Vittorio Pagano nell’estate del 1958 pubblicò “Antologia dei poeti maledetti”, volume di sue traduzioni dal francese dei maudits. Non ho il tempo di coprire quest’opera nella mia trattazione, ma consiglio a chiunque si interessi di poesia e traduzione (e mi rivolgo in specie ai francofoni) di cimentarsi nella lettura di questo lavoro portato avanti da Pagano per lunghi anni.
Quasi un mese prima della sua morte, Pagano si sfogherà con rabbia con il suo amico di sempre Macrì in una lettera datata 15 dicembre 1978,:
Morte al Pagano! D’altronde, è già la mia terra natia a volermi defunto da un pezzo, ad aver decretato la mia de-funzione di fatto e di diritto, emarginandomi ed anzi cacciandomi a calci in culo dal Parnaso locale, dove ormai gli accademici impongono la loro regola del pennacchio.10
Il 31 gennaio 1979 Vittorio Pagano ci lasciò, forse nella speranza che almeno dopo la sua morte, la sua voce, abbattuto lo strumento11, avrebbe potuto essere compresa nella sua grandezza dal resto del mondo, che il pubblico e la critica potessero riconoscere il suo merito, apprezzando il suo Trobar Clus.
Fatta questa doverosa seppur molto limitata premessa sull’autore e le sue opere, vorrei ora presentare ai lettori il componimento che ho scelto di portare alla vostra attenzione, poiché ritengo che esso sia uno dei più significativi nella produzione di Pagano.
Il componimento che ho scelto è “In un astro crudele”, tratto da “I privilegi del Povero”, sonetto eponimo del secondo volume della raccolta. Vi presenterò qui il testo originale, e a seguire la mia breve analisi.
IN UN ASTRO CRUDELE
Se m’invogli a morire, acqua ritrosa
che coli dalle nubi come miele,
la mia città non è bara ansiosa
d’aprirsi al mio cadavere fedele
qui la pietra scolpita si riposa
su fisse onde calcàree – e senza vele
in se stessa incagliata altro non osa
che tramutarsi in un astro crudele …
A noi si dona, artefici assolati,
una malìa di calme architetture,
dove l’uomo è il pretesto d’un poeta
la morte a un Sud eterno ci ha votati
come un corteo di fumide figure
che ne violenti la bragia12 segreta.
In questo sonetto emerge con dolorosa liricità il rapporto tra Pagano e la sua Lecce, immobile, calcarea, arenata: nei primi versi Pagano pare opporsi alla sua stessa percezione della sua città come bara pronta a fagocitarlo, ma ben presto il poeta riconosce come la pietra (leccese) riposi silente e immobile (senza vele) mentre la città stessa pare incagliarsi in sé, tramutandosi nell’astro crudele attorno al quale ruota non solo la vita del poeta, ma di tutti gli “assolati artefici”, ovvero gli altri poeti o forse i cittadini.
La bellezza della città, che ammalia qualsiasi uomo, fa sì che ogni espressione poetica non sia che pretesto, inutile chiosa a un essenza di tremendo fascino.
La terzina finale sottolinea la crudeltà di quest’astro, con il suo nucleo di brace ancora accesa seppur reclusa, che ha votato le fumide figure (gli abitanti quanto i poeti leccesi) ad una marginalità estrema, un Sud che è metafora di esclusione.
Ma Pagano è fedele, e non lascia andare la sua Lecce, il suo osso di seppia.
Pagano, Vittorio. Poesie. A cura di Simone Giorgino, Musicaos Editore, 2019, p. 131. ↩︎
Pisanò, Gino. “L’«Accademia Salentina» attraverso inediti.” Archivio Storico Pugliese, 1991. Fonte. ↩︎
L’editoria letteraria nel Salento nel Novecento: le edizioni delle riviste. Fonte. ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p. XXXIII. ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p.39 ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p.60 ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p. XLVIII ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p. 7 ↩︎
Vittorio Pagano, Poesie, cit., p. XLV. ↩︎
Citazione libera e riformulata dalla poesia “Monologo” in Vittorio Pagano, Poesie, cit., p.287 ↩︎

