Cinque haikai

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Cinque haikai

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Genere: Poesia, Approfondimenti
Approfondimento di: Matteo Maci

Yorgos Seferis, pseudonimo di Giorgos Stylianou Seferiades, è stato tra i maggiori esponenti della letteratura greca del XX secolo, al punto che venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1963. Nato nel 1900 a Smirne, allora parte dell’Impero ottomano, la sua vita fu profondamente segnata dall’esilio a cui fu costretta la popolazione greca che viveva in Anatolia dopo le tensioni tra Turchia e Regno di Grecia (esilio ricordato nella storiografia greca come “Grande catastrofe”). L’abbandono forzato della sua città natale instillerà nel poeta un senso perenne di sradicamento e alienazione, che sarebbe poi diventata una delle chiavi tematiche centrali dei suoi componimenti. Oltre a dedicarsi alla letteratura, Seferis prestò servizio come diplomatico nel Servizio Estero greco dal 1926 al 1962, ruolo che lo portò in missione in posti come Londra, Albania, Turchia e Medio Oriente, fino a diventare ambasciatore del Regno Unito.
La poetica di Seferis è attraversata da suggestioni diverse. Avendo studiato a Parigi tra il 1918 e il 1925, il poeta fu fortemente influenzato dai simbolisti francesi, tra cui figure come Charles Baudelaire e Paul Valéry. Ma fu la poesia di T.S. Eliot e Ezra Pound nel 1931 ad avere un impatto profondo su Seferis, che era particolarmente attratto dalla “voce drammatica” di Eliot, di cui tradusse in greco le opere maggiori come The Waste Land e Murder in the Cathedral. Le sue prime raccolte, come La Cisterna (1932), risentono dell’influenza di Eliot nell’uso del verso libero (una rottura con i tradizionali endecasillabi greci) e nell’immaginario. In Mythistorema (1935) adottò uno stile narrativo simile a quello di The Waste Land, ricucendo gli elementi della tradizione classica con la realtà della Grecia moderna.
Un aspetto distintivo e affascinante della sua opera è il suo dialogo con la forma poetica giapponese dell’haiku. Seferis pubblicò una raccolta di sedici poesie che lui stesso chiamò “Hai-kai” nel suo Quaderno di Esercizi (1940). È interessante notare come la nomenclatura sia cambiata nel tempo: mentre Seferis usò il termine haikai per queste poesie, nelle edizioni postume della sua raccolta completa di poesie (dal 1972 in poi), l’editore G.P. Savvidis sostituì il termine con “haiku”, spiegando che “hai-kai” era un errore trasmesso dall’editore francese. La confusione terminologica è data dalla complessa ricezione delle forme poetiche giapponesi in Occidente, dove i termini hokku, haikai, e haiku sono spesso stati confusi o usati indistintamente, pur indicando tecnicamente componimenti di natura diversa tra loro. Il termine haiku è un neologismo coniato dal poeta Masaoka Shiki alla fine del XIX secolo, mentre hokku indica la strofa iniziale (5-7-5) di una composizione poetica a catena (renga) e haikai si riferisce a un contenuto perlopiù umoristico o colloquiale. L’interesse di Seferis per l’estetica delle poesie giapponesi dimostra una ricerca di essenzialità e immediatezza che richiama l’approccio degli ermetici, a lui contemporanei.
Gli haiku di Seferis si rifanno al concetto di “istantaneità” (in greco: “ἀκαριαῖον”), ripreso dall’opera filosofica di Marco Aurelio, come dimostra il loro modo di restituire un’immagine catturata come un’istantanea fotografica. Il poeta stesso notava come l’impressione che ispirava un poema non fosse sempre la più intensa, ma il più delle volte quella più fugace, quella che l’occhio non ha il tempo di registrare completamente. Per Seferis, come per lo studioso Roland Barthes, la notazione di un haiku è “non sviluppabile”: tutto è già dato, senza la possibilità di espansioni retoriche. Tuttavia, a differenza della fotografia, che l’autore riteneva troppo letterale, la poesia doveva raggiungere il suo impatto attraverso un maggiore grado di raffinatezza.
L’analisi della struttura dei “sedici haiku” di Seferis, rivela che, nonostante l’adesione formale allo schema metrico tradizionale giapponese (5-7-5 sillabe), ci sono delle eccezioni. Su sedici poesie, solo cinque rispettano la struttura, mentre le altre includono leggere variazioni. Questo suggerisce una “appropriazione poetica” consapevole da parte di Seferis, un desiderio di comunicare le proprie intenzioni moderniste riguardo ai limiti della forma dei componimenti. La sua scelta di adottare una forma poetica giapponese, in un periodo in cui la letteratura giapponese stava guadagnando terreno in Europa attraverso figure come Ernest Fenollosa e le traduzioni in francese a cura di autori come Paul-Louis Couchoud e Michel Revon, colloca Seferis in un clima generale di attenzione verso forme artistiche estranee ai canoni europei.


Stilla nel lago
solo una goccia di vino:
si spegne il sole.

*

Dita di lei sul fazzoletto
azzurro-mare:
guarda: coralli.

*

Pensoso
il suo seno pesante
dentro lo specchio.

*

Ora sollevo
una farfalla morta
senza balletto.

*

Il mondo cola a picco:
reggiti, ché ti lascia
solo nel sole.


Yorgos Seferis, Hai-kai, trad. di Filippo Maria Pontani, in Giorgio Seferis: premio Nobel per la letteratura 1963, Fabbri Editore, 1969.

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