Quadrato nero

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Quadrato nero

— Lettura lampo

Genere: Prose Libere

Esistono opere con un significato ed un impatto molto maggiore delle loro forme, aspetti, tecniche, storie, autori, rispetto al “modesto” quadrato nero.
L’urlo di Munch, ad esempio, nel suo orrore per chi guarda, mi lascia molto più di stucco di una Monnalisa (di quest’opera mi stupisce certamente l’attenzione che riceve, il vociare attorno al suo autore ed ai suoi motivi, ma l’opera in sé non mi suscita alcunché, sarà che sono un barbaro ignorante).
Invece un quadrato nero, semplicissimo, privo di prospettiva, al centro di una tela altrimenti bianca, non impressionerebbe molti, ma personalmente, quando mi imbattei  per la prima volta in quest’opera di Malevič ne fui intrigato profondamente.
Più di qualcuno direbbe, guardando a questa tela, che potrebbe farlo benissimo chiunque, anche il primo fesso che passa per strada.
Ma come arrivare ad un quadrato nero? Come concepirlo come oggetto d’arte che annienta l’arte stessa e che spinge chi guarda ad andare ben oltre la semplice rappresentazione?
Come ci è arrivato Malevič a dipingere un quadrato nero? Questo è quello che un fesso qualunque non potrebbe mai fare.
Com’era l’aria quel giorno? Cosa aveva mangiato il nostro pittore, il caro Casimiro? E chi era lui? Quante donne o uomini aveva avuto prima di dipingere il suo capolavoro? Qual era la prima cosa che Malevič ricordava in vita sua? Tutto questo sta nel tratto di una pennellata, ed è inenarrabile (nel senso più letterale della parola).
La qualità di una tela viene misurata secondo il rigido giudizio dell’occhio umano, che pretende di non essere in alcun modo viziato dalla biologia, che ci predispone naturalmente a poter vedere certi colori e non altri, a percepire il mondo nella nostra maniera e non in un’altra; un’altra secondo la quale i quadri di un certo signore austriaco potrebbero apparire come capolavori, mentre la cappella sistina uno spreco di tempo e risorse (e tanti saluti Michelangelo!).
Se vedessimo in bianco e nero, le numerose sfumature e colori i ci apparirebbero quantomeno confusionarie, e preferiremmo per nitidezza dell’immagine le piatte pitture religiose del periodo bizantino, piuttosto che le miniature fiamminghe, ricche di colori e minuziosi dettagli.
Se fossimo tutti daltonici, lasciamo perdere.
Per non parlare della nostra cultura, che giudica i successi dell’arte con la pertica persiana del guadagno: una bellissima chiesa barocca, arroccata su uno scoglio di lande nordiche desolate, lontana dall’occhio, non brillerebbe forse con la stessa bellezza alla luce dello stesso sole?
No, perché nel nord Europa il sole colpisce la Terra ad una angolazione diversa rispetto al sud Italia, e la luce ne risulta irrimediabilmente diversa, ma cogliete la metafora!
E come superare tutto questo? Come creare un’opera universale, incorruttibile, invulnerabile? E senza venire criticati?
Impossibile, ma il caro Casimiro ci ha provato.
Malevič, il nostro caro pittore, si è nascosto, nell’attesa delle  ovvie critiche al suo lavoro: appostato nell’ombra, attende di picchiare gli ignoranti critici del quadrato nero.
Tuttavia Malevič ha commesso un errore: ha dimenticato di aggiungere una maniglia, chiudendosi alle spalle un capolavoro.
O forse è l’intera umanità ad essere stata chiusa fuori, ed ora può solo fissare una porta nera priva di maniglia, che scambia erroneamente per un semplice quadrato.

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